
Riflessioni notturne tra la psicologia del profondo occidentale (Jung) e la metafisica orientale (la tradizione delle Upanishad e del Vedanta).
La frase di Jung “Si diventa ciò che accade nel mezzo” si riferisce al processo di Individuazione; mentre lo spazio tra i due OM non è un semplice intervallo di tempo, ma è l’elemento fondamentale che racchiude il significato ultimo della sillaba sacra.
Jung intende che la piena realizzazione e la formazione del vero Sé di una persona non avvengono semplicemente seguendo un modello esterno o un ideale predefinito.
Si diventa pienamente se stessi solo attraverso la consapevolezza e l’integrazione di tutto ciò che si trova “nel mezzo” della propria vita psichica.
“Il mezzo” è il campo di battaglia o, meglio, il punto di unione degli opposti che esistono all’interno della psiche (luce/ombra, conscio/inconscio, bene/male, maschile/femminile, ecc.).
L’Individuazione non è scegliere un polo (es. solo la luce), ma integrare la tensione e la riconciliazione tra questi opposti.
Ciò che si è “nel mezzo” è la totalità della propria psiche, non solo la persona (la maschera sociale) che si mostra al mondo.
La meta non è la perfezione, ma la completezza (il Sé). Il Sé è l’archetipo centrale dell’ordine e della totalità.
“Si diventa” (il verbo è al presente o futuro, indicando un’azione continua) sottolinea che è un processo dinamico. Non è un obiettivo da raggiungere una volta per tutte, ma il continuo sforzo di vivere autenticamente le proprie esperienze interiori ed esteriori.
Non si può diventare se stessi senza affrontare e integrare gli aspetti rifiutati o inconsci della propria personalità, in particolare l’Ombra. Jung sosteneva che il cammino verso il Sé passa inevitabilmente attraverso l’incontro con le parti più oscure e nascoste di sé.
La frase è un invito ad accettare il conflitto e la dialettica della propria vita interiore; a non fuggire dalle parti di sé che non piacciono o che sono difficili.L’identità matura (il Sé) non è un’immagine, ma il risultato di aver riconosciuto e unificato i contenuti della propria anima (il “mezzo”).
Jung usa spesso il termine coniunctio (congiunzione) per descrivere questa unione alchemica degli opposti che avviene “nel mezzo” e porta all’Individuazione.
Lo “spazio tra i due OM” non è un semplice intervallo di tempo, ma è l’elemento fondamentale che racchiude il significato ultimo della sillaba sacra.
Nella tradizione indiana, e in particolare nella Mandukya Upanishad (uno dei testi fondamentali del Vedanta), la sillaba OM (o AUM) è composta da quattro parti:
A (A-kāra); U (U-kāra); M (M-kāra) e il Silenzio (Amātra o Ardha-mātra)
Il silenzio che segue la vibrazione della M (e si trova idealmente tra un OM recitato e il successivo) è la parte più sacra e misteriosa.
Il termine sanscrito per questo stato è Turiya (che significa letteralmente “il quarto”). Ognuno dei tre suoni precedenti rappresenta uno stato di coscienza:
A: Stato di Veglia (Jāgrat), la consapevolezza del mondo esterno.
U: Stato di Sogno (Svapna), la consapevolezza del mondo interiore (sogni, pensieri).
M: Stato di Sonno Profondo (Suṣupti), uno stato senza sogni, di beatitudine temporanea, ma ancora legato alla limitazione (il “seme” del mondo fenomenico).
Turiya (il Silenzio) trascende e sostiene tutti e tre gli stati.
La Turiya è:
- La Coscienza Pura, il Sé (Ātman) non condizionato dal corpo, dalla mente o dall’ego.
- Non-Dualità, lo stato in cui non esiste la separazione tra soggetto (colui che percepisce) e oggetto (ciò che è percepito).
- Brahman, l’Assoluto, la Realtà Ultima che non ha inizio né fine.
Il silenzio è chiamato anche Amātra, che significa “senza misura” o “non-matra”. Le tre parti sonore (A, U, M) sono “misurabili” e appartengono al mondo della manifestazione e del tempo (passato, presente, futuro). Il silenzio è ciò che è di là del tempo, dello spazio e della causalità: è l’Eterno.
Nel simbolo grafico di OM (ॐ) le tre curve rappresentano i primi tre stati di coscienza (Veglia, Sogno, Sonno Profondo). La mezzaluna (Ardha-mātra) che separa il punto dalle curve inferiori rappresenta Maya (l’illusione), la forza che impedisce alla coscienza ordinaria di percepire la realtà ultima. Il punto isolato in alto (Bindu) rappresenta proprio il Silenzio / Turiya. Indica che lo stato di Assoluto è inosservato, distaccato e al di là dell’illusione di Maya.
Lo spazio tra i due OM è l’obiettivo della pratica meditativa e spirituale. Non è l’azione del canto, ma la realizzazione del Sé eterno e pacifico che si manifesta quando il suono, il pensiero e la dualità si dissolvono in quel momento di quiete assoluta.
I due concetti, “si diventa ciò che accade nel mezzo” e il “silenzio tra i due OM”, puntano l’attenzione non sugli “estremi” o sugli “eventi” visibili, ma sullo spazio intermedio. Tuttavia, lo interpretano in modi quasi opposti ma complementari: uno come un processo dinamico di trasformazione (Jung), l’altro come uno stato statico di rivelazione (il Silenzio).
Per Jung il “mezzo” è sostanziale e dinamico. È il luogo della tensione psichica. Se hai due opposti (es. amore e odio, istinto e ragione), il “mezzo” non è un vuoto, ma un campo magnetico vibrante dove questi opposti si scontrano. È il crogiolo alchemico. “Ciò che accade nel mezzo” è la sofferenza, il dubbio, la frizione necessaria per creare qualcosa di nuovo (il Sé). (Parola chiave: Conflitto creativo).
Il Silenzio tra i due OM (Il Mezzo come Vuoto Pieno): Nella tradizione vedica (in particolare nella Mandukya Upanishad), l’OM è composto da A-U-M, che rappresentano veglia, sogno e sonno profondo. Il silenzio che segue (o sta tra) due OM è il Turiya (il quarto stato). Questo “mezzo” è privo di contenuto, privo di conflitto. È il sostrato immobile su cui il suono danza. Non è qualcosa che si “costruisce”, ma qualcosa che si “svela” quando il rumore cessa. (Parola chiave: Pura Presenza).
Jung: “Si Diventa…” (Il Processo) La frase di Jung inizia con un verbo di movimento: “Si diventa”. Questo implica che l’identità è una costruzione temporale. Nel “mezzo” accade la storia dell’individuo. La psiche si evolve attraverso l’esperienza del mezzo.
Concetto: È un viaggio storico e psicologico.
Il silenzio tra i due OM non “diventa” nulla; esso è già tutto. Non evolve. Quando il suono finisce, non si crea un nuovo silenzio; si torna semplicemente a notare il silenzio che c’era sempre. È una realtà ontologica e atemporale.
Jung: La coscienza deve tuffarsi nel mezzo per integrare l’inconscio. Deve “sporcarsi le mani” con la materia della vita, con le contraddizioni, per emergere trasformata. Il “mezzo” è un ponte che va attraversato attivamente.
Il Silenzio (OM): La coscienza deve ritrarsi nel mezzo per distaccarsi dalla forma. Il silenzio è l’osservatore (il Testimone). Lo scopo non è mescolare il suono col silenzio, ma riconoscere che tu sei il silenzio e non il suono.
Nonostante le differenze, c’è un punto di incontro mistico potente.
Per Jung, sostenere la tensione del “mezzo” senza cedere a uno dei due opposti porta alla nascita del Simbolo o della Funzione Trascendente. In questo senso, il “mezzo” di Jung porta a un’apertura che assomiglia molto al silenzio mistico.
Possiamo vederla così:
Il Silenzio tra gli OM è lo spazio in cui l’Universo esiste (il contenitore infinito).
Ciò che accade nel mezzo (Jung) è l’arte di vivere all’interno di quel contenitore senza spaccarsi in due.
Se volessimo unire le due visioni in un’immagine la frase di Jung ci dice che noi siamo il ferro che viene battuto “nel mezzo” tra l’incudine e il martello della vita, e che è proprio quel colpo a darci la forma (Individuazione); mentre il silenzio tra i due OM ci ricorda che noi siamo anche lo spazio in cui risuona quel colpo, e che quello spazio non può mai essere ferito né modificato dal martello.
Jung ci insegna a diventare umani integrali; il Silenzio tra gli OM ci ricorda la nostra natura divina.
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