La Morte non esiste, è

 Intervista New York University 2017

Nel 2017 una ricercatrice della New York University mi intervistò, per la realizzazione di un documentario sulla Morte. Sono trascorsi circa due anni e alcuni concetti espressi si sono evoluti. I passi che compiamo ogni giorno ci conducono al centro di noi stessi, la vita è un continuo divenire, una continua trasformazione verso livelli più elevati di coscienza. Di pari passo la conoscenza e il sapere si evolvono, sostenuti e alimentati dai percorsi iniziatici (siano essi di natura spirituale, culturale, teosofico, rosa-crociano, massonico, etc.)  che lavorano silenziosamente dentro di noi. Così ho sentito il bisogno di parlare ancora a me stesso della Morte e, sono certo, che altre astrazioni – nel prossimo futuro – arricchiranno i miei dubbi, perché la Morte non esiste, ella o essa è.

La morte non esiste, è l’ingresso in una vita più piena. Tranne nei casi di morte violenta e improvvisa, che come una scarica elettrica emette un senso istantaneo di pericolo e distruzione, la morte è letteralmente un sonno e un oblio. Per taluni la morte è una continuazione del processo di vita con i propri interessi e tendenze, in cui la sua coscienza e il senso di consapevolezza sono gli stessi. Per gli egoisti, i criminali e quelle persone che vivono solo per gli aspetti materiali, esiste la condizione “vincolata alla terra“. I vizi, pregiudizi e tutti i loro desideri hanno forgiato con la terra un forte legame e cercano, disperatamente e con ogni mezzo possibile, di rientrare. In alcuni casi, un grande amore o la mancata realizzazione di un dovere, mantiene una condizione simile. Per altri è un ingresso immediato in una sfera di servizio e di espressione che riconosce come già vissuto. Nelle ore di sonno ha sviluppato un campo di servizio attivo e di apprendimento, ora lavora semplicemente in esso per tutte le ore, invece che per le sue solite poche ore di sonno.

La mente dell’uomo è così poco sviluppata che la paura dell’ignoto e l’attaccamento alla forma hanno portato a una situazione in cui, uno degli eventi più benefici nel ciclo di vita (non solo per un Figlio di Dio incarnato) è considerato come qualcosa da evitare e rimandare il più tardi possibile. La morte, se solo potessimo rendercene conto, è una delle nostre attività più praticate. Siamo morti molte volte e moriremo ancora e ancora. La morte è essenzialmente una questione di coscienza. Siamo consapevoli di un momento sul piano fisico e un attimo dopo ci siamo ritirati su un altro piano e siamo attivamente coscienti lì. Fino a quando la nostra coscienza sarà identificata con l’aspetto della forma, la morte ci riserverà il suo antico terrore. Solo quando saremo capaci di focalizzare la nostra coscienza e il senso di consapevolezza in qualsiasi forma, o piano non conosceremo più la morte.

Gli uomini tendono a dimenticare che ogni notte, nelle ore del sonno, si muore sul piano fisico e si vive altrove, su altri piani. Dimenticano che sanno già lasciare il corpo fisico con facilità, quando, ad esempio, perdono i sensi o svengono; purtroppo non si riesce a ricordare di esser svenuti e del successivo intervallo di vita attiva, non si riesce a mettere in relazione morte e sonno. Il processo del sonno quotidiano e il processo del morire ordinario sono identici, con l’unica differenza che nel sonno il filo magnetico o la corrente energetica lungo la quale la forza vitale scorre è intatta e costituisce la via del ritorno al corpo. Nella morte, questo filo conduttore è spezzato, quando ciò accade l’entità cosciente non può ritornare al corpo fisico denso e, quel corpo, privo del principio di coerenza, si disintegra.

I giovani dimenticano, e giustamente dimenticano, l’inevitabilità di quel definitivo distacco simbolico che chiamiamo Morte. Quando la vita ha fatto la sua parte e l’età ha preso il suo tributo l’uomo, stanco e stanco del mondo, non ha paura del processo di distacco e cerca di non aggrapparsi a ciò che prima era desiderato. Accoglie la morte rinunciando con naturalezza a ciò che prima aveva assorbito la sua attenzione. 

La coscienza umana comprende la morte con il dolore e l’associa alla perdita solo perché s’identifica con la forma e non con la coscienza dell’anima. Nel momento in cui l’uomo si riconoscerà con l’anima, e non con la sua forma, comprenderà la Legge del Sacrificio.  Naturalmente sceglierà di morire ma senza dolore e nessuna cognizione della morte intesa come fine di tutto.

L’intento è che l’uomo muoia, come ogni uomo deve morire su richiesta della propria anima. Quando l’uomo ha raggiunto uno stato superiore nell’evoluzione, con la deliberazione e la scelta del tempo, si ritirerà coscientemente dal suo corpo fisico. Rimarrà silente e vuota dell’anima, priva di luce, eppure sana e integra, si disintegrerà, sotto il processo naturale e i suoi atomi costituenti ritorneranno nell’unità d’attesa finché non saranno nuovamente richiesti per incarnarsi. Ancora una volta, sul lato soggettivo della vita, il processo si ripete, ma molti hanno già imparato a ritirarsi dal corpo astrale senza essere soggetti a quell’impatto nella nebbia, che è il modo simbolico di descrive la morte dell’uomo sul piano astrale, poi si ritira al livello mentale.

La morte è presente sul pianeta sin dalla stessa notte del tempo stesso, le forme sono venute e se ne sono andate, la morte ha sopraffatto piante e alberi, animali e le forme di esseri umani per incalcolabili anni. Eppure il nostro pianeta non è un ossario, come potrebbe benissimo essere di fronte a questo fatto, ma è ancora bella e intatta dall’uomo. I processi di morte e la dissoluzione delle forme, procede in ogni momento senza produrre contaminazione o deturpazione della superficie terrestre. I risultati della dissoluzione hanno un effetto magnifico, riflettete su questa magnifica attività e sulla bellezza del piano divino di morte e scomparsa.

Il ciclo in cui viviamo ora ha visto la più grande distruzione di forme umane nell’intera storia del nostro pianeta. Non c’è stata distruzione di esseri umani. Vorrei soffermarmi su questa asserzione. A causa di questa distruzione totale, l’umanità ha fatto un rapido avanzamento verso un atteggiamento più sereno in connessione con la morte. Questo non è ancora chiaro ma, tra qualche anno, il nuovo atteggiamento inizierà a essere segnato e la paura della morte comincerà a spegnersi. Il mondo sarà anche in gran parte dovuto all’aumentata sensibilità dell’apparato di risposta umana, che porterà a un rivolgimento interiore un nuovo orientamento della mente umana, con risultati imprevedibili.

La morte libera la vita individualizzata in un’esistenza meno angusta e confinata e, alla fine, quando il processo della morte è stato applicato nella vita dell’universalità, questo è un punto d’inesprimibile felicità. Il peccato dell’omicidio, in realtà, è basato sul fatto che interferisce con lo scopo dell’anima e non sull’uccisione di un particolare corpo fisico umano. La morte appare spesso così priva di scopo, questo perché l’intenzione dell’anima non è nota. Lo sviluppo del passato, attraverso il processo d’incarnazione, rimane una questione nascosta. Le antiche eredità e gli ambienti sono ignorati e il riconoscimento della voce dell’anima non è generalmente sviluppato. Queste sono le questioni, tuttavia, che sono sul vero e proprio limite del riconoscimento.

La morte per l’uomo pensante medio è un punto di crisi catastrofica. E’ la cessazione e la fine di tutto ciò che è stato amato, di ciò che è familiare e desiderabile. E’ un’entrata precipitosa nell’ignoto, nell’incertezza, e brusca conclusione di tutti i piani e progetti. Non importa quanta vera fede nei valori spirituali possa essere presente, non importa quanto sia chiara la razionalizzazione della mente possa essere un’immortalità annessa, non importa quanto siano conclusive le prove della persistenza e dell’eternità. Rimane ancora un interrogatorio, un riconoscimento della possibilità di completa finalità e negazione e fine di ogni attività, pensieri, emozioni, desideri, aspirazioni e intenzioni che si concentrano attorno al nucleo centrale dell’essere umano.

La morte è, di per sé, un’opera di risurrezione, dovremo imparare a considerare la morte come un atto di restituzione. Quando ci riusciremo, assumerà una nuova luce e diventerà parte integrante, riconosciuto e desiderato, di un processo di vita costante. Qual è, dunque, il compito principale dei gruppi di guarigione? è preparare gli esseri umani a considerare come aspetto riparatore la morte e, quindi, dare a quel nemico finora temuto dell’umanità, un significato nuovo e più felice. Se si lavorasse su queste linee di pensiero, i temi della morte si ripeterebbero costantemente con un nuovo atteggiamento nei confronti del morire.

I gruppi di guarigione devono prepararsi ad affrontare questa condizione fondamentale per tutti i viventi e una parte importante del loro lavoro sarà la spiegazione del principio della morte.  L’anima deve tornare da colui che l’ha data. Non come una restituzione forzata e temuta, che genera paura e porta ovunque uomini e donne a reclamare la guarigione fisica del corpo, enfatizzando il prolungamento dell’esistenza terrena come il fattore più importante nelle loro vite.

Questi atteggiamenti sbagliati devono finire. La morte diventerà un processo normale e comprensibile, normale come il processo di nascita, sebbene evochi meno dolore e paura.

Le parole: terra alla terra e polvere in polvere, così familiari nei rituali di sepoltura dell’Occidente, si riferiscono a questo atto di restituzione e connotano il ritorno degli elementi del corpo fisico al serbatoio originale della materia e, della sostanza della forma vitale per il serbatoio eterico generale.

Le parole: lo spirito ritornerà al Dio che l’ha dato, sono un riferimento distorto all’assorbimento dell’anima da parte dell’anima universale. I rituali ordinari, tuttavia, non riescono a enfatizzarlo è quell’anima individualizzata, in procinto di riassorbimento, che istituisce e ordina mediante un atto della volontà spirituale, quella restituzione.

L’arte del morire, è qualcosa che tutti gli uomini dovrebbero apprendere, sia se seriamente malati e sia se godono di buona salute, attraverso il pensiero corretto e la sana attesa. La riluttanza ad affrontarlo con comprensione, sono dovute all’enfasi che si pone sul corpo fisico e la facilità con cui s’identificano con esso, dettato anche sul senso iniziale di solitudine che si prova sulla perdita di un familiare.

Eppure la solitudine che si manifesta dopo la morte, quando l’uomo si ritrova senza un veicolo fisico, non è nulla rispetto alla solitudine della nascita. Alla nascita, l’anima si trova in un ambiente nuovo. Immersa in un corpo che è in un primo momento del tutto incompetente a prendersi cura di sé, o di stabilire un contatto intelligente con le condizioni circostanti per un lungo periodo di tempo. L’uomo entra in incarnazione senza alcun ricordo sull’identità o il significato. Questa solitudine scompare gradualmente man mano che fa i suoi contatti con la sua personalità. Scopre coloro che sono congeniali a lui e, alla fine, si raduna attorno a lui quelli che chiama i suoi amici. Dopo la morte non è così, perché l’uomo trova dall’altra parte del velo quelli che conosce e che sono stati collegati con lui nella vita del piano fisico e non è mai solo. E’, anche, consapevole di coloro che sono ancora nei corpi fisici. Può vederli, può sintonizzarsi sulle loro emozioni e sul loro pensiero, perché il cervello fisico, essendo non-esistente, non agisce più come deterrente. Se la gente sapesse, la nascita sarebbe l’esperienza che temerebbero e non la morte, poiché la nascita segreta l’anima nella vera prigione e la morte fisica è il primo passo verso la liberazione.

Felice vita

Francesco Garruba DK

Bibliografia: Trattato sulla magia bianca – Psicologia esoterica – Guarigione esoterica – Discepolato nella New Age