Spinoza: Dio è ordine geometrico del mondo.

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Spinoza nacque ad Amsterdam nel 1632 da una famiglia ebraica che era stata costretta ad abbandonare la Spagna per l’intolleranza religiosa di quel paese. Educato nella comunità israelitica di Amsterdam, fu scomunicato ed espulso per eresie pratiche e insegnate. Qualche anno dopo si stabilì a Leida e poi all’Aia dove passò il resto della sua vita.

In osservanza al precetto rabbinico, che prescrive a ogni uomo d’imparare un lavoro manuale, aveva appreso l’arte di fabbricare e pulire lenti per strumenti ottici. Questo mestiere gli dette una certa fama di ottico che precedette la sua celebrità di filosofo. Spinoza condusse una vita modesta e tranquilla.

Morì nel 1677 all’età di 44 anni.

La prima opera che Spinoza si ispirò fu un trattato su Dio, l’uomo e la sua felicità, noto con il nome di Breve trattato. Nel 1663 pubblicò i Principi di filosofia cartesiana. Pensieri metafisici.

L’opera principale di Spinoza è l’Ethica ordine geometrico demonstrata, pubblicata postuma in un volume di Opere che comprendeva, oltre l’Ethica, un Trattato politico, un Trattato sull’emendazione dell’intelletto e un certo numero di Lettere.

Nel pensiero di Spinoza convergono temi e motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate. La critica ha individuato come fonti principali:

  • Razionalismo cartesiano (la ragione ci conduce alla conoscenza del vero essere)
  • Teologia giudaico-cristiana (discorso su Dio, sul mondo)
  • Filosofia neoplatonica-naturalistica del Rinascimento (Giordano Bruno)
  • Filosofia scolastica

A questa serie di influenze bisogna poi unire la rivoluzione scientifica, che rappresentava il retroterra mentale e culturale senza di cui non si comprenderebbe il concetto spinoziano del Dio-Natura. La caratteristica di base del pensiero spinoziano è la sintesi, da esso realizzata, fra la tradizionale visione metafisico-teologica del mondo e gli esiti della nuova scienza.

Spinoza è influenzato inoltre dalla matematica, che lo impressiona per la rigorosità delle sue dimostrazioni. Così, influenzato da fonti filosofiche, religiose e scientifiche, Spinoza giunge a una nuova idea di Dio e del mondo: Dio è ordine geometrico del mondo.

Con questa idea ci propone per primo nel pensiero occidentale, una forma di panteismo naturalistico.

Nel 1661 Spinoza pubblica il Trattato sull’emendazione dell’intelletto, che è stato considerato dai critici come una sorta di “Discorso sul metodo” spinoziano, parallelo a quello di Cartesio. In realtà, in questo scritto, Spinoza rivela una concezione della filosofia come via verso la salvezza esistenziale che va ben oltre le preoccupazioni prevalentemente metodologiche-gnoseologiche di Cartesio e che lo avvicina a una certa tradizione filosofico-religiosa, dai pensatori dell’ellenismo ad Agostino.

Lo spinozismo si alimenta della ricerca di un bene vero nascendo da una delusione di fondo nei confronti dei comuni valori della vita, i beni ricercati dall’uomo sono giudicati vani perché:

  • non appagano veramente l’animo e i suoi bisogni profondi;
  • sono transeunti ed esteriori;
  • generano per lo più inquietudine e inconvenienti vari.

Comunque il filosofo non condanna i beni finiti dell’esistenza ma la loro assolutizzazione che impedisce la ricerca del bene vero. Per Spinoza il bene vero è una realtà eterna e infinita, proprio come aveva affermato Sant’Agostino, però, mentre per Agostino la realtà eterna e infinita coincide con Dio, ed è quindi trascendente, per Spinoza la realtà eterna e infinita si identifica con il cosmo (panteismo).

Il capolavoro di Spinoza, l’Ethica ordine geometrico demonstrata (Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico), è una sorta di enciclopedia delle scienze filosofiche, che tratta dei vari problemi metafisici, gnoseologici, antropologici, psicologici, morali, con particolare attenzione all’etica.

Il metodo che segue è di tipo geometrico in quanto si serve di un procedimento espositivo che si scandisce secondo definizioni, assiomi, proposizioni, dimostrazioni, corollari e delucidazioni.

Tre sono i motivi che giustificano la scelta di Spinoza:

  1. è affascinato dalla nuova scienza, in particolare dalla matematica, che ammira per il rigore delle sue argomentazioni;
  2. è convinto che il mondo sia una totalità di elementi in cui tali elementi sono concatenati secondo necessità logica e quindi “deducibili” l’uno dall’altro. Quindi posto Dio o la sostanza tutto procede necessariamente e non può non procedere, proprio come posta la natura del triangolo tutti i teoremi concernenti il triangolo procedono necessariamente e non possono non farlo. Da questo punto di vista, il metodo deduttivo della geometria è il più adatto a spiegare il mondo. La visione del mondo di Spinoza non fa altro che riproporre ciò che aveva già proposto la fisica moderna di Newton e Galileo: la natura è un insieme di leggi che regolano i rapporti causali tra i fenomeni.
  3. Il metodo geometrico permette al filosofo di rimanere oggettivo.

L’Ethica si apre con una pagina di definizioni, la più importante delle quali è la definizione di sostanza da cui deriva la metafisica di Spinoza. Interrogarsi circa la sostanza equivale a interrogarsi sull’essere, infatti nella tradizione greco-medievale (Aristotele) l’essere è la sostanza e tutte affezioni contenute in essa.

Come Aristotele, Spinoza afferma che in natura nulla è dato oltre la sostanza e le sue affezioni. Nel definire la sostanza, si rifà a Cartesio. Quest’ultimo, insistendo sull’autonomia della sostanza, e quindi sul

fatto che essa, a differenza degli accidenti, esiste di per sé, aveva finito per riferire la sostanza a Dio, realtà originaria e autosufficiente per eccellenza, che essendo causa di sé, non riceve l’esistenza da qualcos’altro. Tuttavia Cartesio non era stato completamente fedele a se stesso, poiché accanto alla sostanza prima di Dio aveva ammesso, come sostanze seconde, la res extensa e la res cogitans, intese come due realtà che per esistere hanno bisogno unicamente di Dio.

Spinoza, andando oltre Cartesio, si propone di sviluppare tutte le implicanze logiche della nozione di sostanza. Per sostanza egli intende «ciò che è in sé e per sé si concepisce, vale a dire ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formato».

Con la prima parte della formula egli intende dire che la sostanza, essendo da sé, in quanto deve unicamente a se stessa la sua esistenza, rappresenta una realtà autosussistente e autosufficiente, che per esistere con ha bisogno di altri esseri. Con la seconda parte della formula Spinoza intende dire che la nozione di sostanza, essendo concepibile soltanto per mezzo di se medesima, rappresenta un concetto che per essere pensato non ha bisogno di altri concetti. Come tale, la sostanza gode di una totale autonomia ontologica e logica.

La principale differenza tra la sostanza di Aristotele e quella di Cartesio e Spinoza è che, mentre per Aristotele la sostanza è il tode tì, ovvero l’individuo concreto per cui nel mondo le sostanze sono molteplici e gerarchicamente ordinate, per Cartesio e Spinoza la sostanza è unica.

Da questa definizione di sostanza Spinoza ricava con logica rigorosa una serie di proprietà di base che la caratterizzano:

  1. la sostanza è INCREATA, per esistere non ha bisogno di altro, essendo per natura, causa di sé;
  2. la sostanza è ETERNA, perché possiede l’esistenza, che non riceve da altro;
  3. la sostanza è INFINITA perché se fosse finita dipenderebbe da qualcos’altro e perché la sua essenza non ha limiti;
  4. la sostanza è UNICA poiché «nella sua natura non si possono dare due o più sostanze della medesima natura ossia del medesimo attributo».

Questa sostanza increata, eterna, infinita, unica non può che essere Dio o l’Assoluto di cui hanno sempre

parlato le filosofie e le religioni e della cui esistenza, Spinoza, è più che certo di quanto lo sia di ogni altra realtà.

Infatti, pensare Dio significa pensare a una realtà, che avendo in sé la propria ragion d’essere, non può non esistere.

Inoltre «noi esistiamo in noi o in un’altra cosa che esiste necessariamente», in quanto le cose o esistono per virtù propria o per mezzo di un ente necessario, che avendo in sé la causa del proprio esistere è pure la causa degli esseri contingenti.

Fin qui sembra che Spinoza, rispetto ai pensatori precedenti, sia poco originale. In realtà egli si stacca nettamente dalla metafisica occidentale in quanto ritiene che Dio e mondo costituiscono uno stesso ente poiché Dio non è fuori dal mondo, ma nel mondo, e costituisce, con esso, quell’unica realtà globale che è la Natura (Deus sive Natura, Dio ovvero la Natura).

Spinoza perviene a questo principio-chiave del suo pensiero fondandosi sull’unicità della Sostanza. Infatti se la Sostanza è unica, essa sarà come una circonferenza infinita ce ha tutto dentro di sé e nulla fuori di sé, per cui le cose del mondo saranno per forza la Sostanza o la manifestazione in atto di tale Sostanza. In tal modo Spinoza perviene a una forma di panteismo che giunge a identificare Dio o la Sostanza con la Natura.

Per esemplificare meglio il rapporto tra Dio e il mondo, Spinoza usa i concetti di “attributo” e “modo”. Gli attributi sono le qualità strutturali o essenziali della Sostanza, ed essendo quest’ultima infinita, in quanto la sua essenza è illimitata, infiniti saranno anche i suoi attributi.

Degli infinti attributi della sostanza e quindi degli infiniti volti della Natura, noi ne conosciamo soltanto due: l’estensione e il pensiero, ovvero la materia e la coscienza. Spinoza perviene agli attributi mediante una deduzione non puramente logica ma empirica.  Infatti non perviene alla dualità degli attributi partendo dalla sostanza a priori, ma egli accoglie semplicemente a posteriori che il mondo non è semplicemente pensiero, ma in parte anche materia e pari meriti che esso non è semplicemente materia, ma in parte anche pensiero.

I modi sono «ciò che è in altro per cui mezzo è pure concepito», ovvero sono i modi di essere, cioè le manifestazioni o le concretizzazioni particolari degli attributi. Spinoza distingue due tipi di modi:

  • i modi infiniti, che sono le proprietà permanenti degli attributi;
  • i modi finiti, che sono le determinazioni particolari degli attributi, vale a dire i singoli corpi e le singole menti.

Quindi la Sostanza di Spinoza è la Natura come realtà infinita ed eterna, che si manifesta in un’infinità di dimensioni (= gli attributi) e che si concretizza in un’infinita di maniere di essere (= i modi). Per cui quando Spinoza distingue tra la Natura naturante (Dio e gli attributi, considerati come causa) e la Natura naturata (l’insieme dei modi, considerati come effetto) non fa che ribadire panteisticamente che la Natura è madre e figlia di se medesima, in quanto è un’attività produttrice il cui prodotto non esiste fuori di essa, secondo lo schema di ciò che Spinoza chiama causalità transitiva, bensì in essa stessa, secondo lo schema di ciò che Spinoza definisce causalità immanente.

Gli interrogativi di base che emergono dall’Ethica sono essenzialmente due:

  1. Che cos’è la Sostanza di Spinoza?
  2. Che rapporti esistono tra la Sostanza e i suoi modi?

Per rispondere al primo interrogativo bisogna affermare che per Spinoza la Sostanza è la Natura intesa non più come potenza generatrice, come avveniva nella tradizione filosofica, ma come un ordine da cui derivano le concatenazioni necessarie tra le cose. Quindi il Dio-Natura di Spinoza è l’ordine geometrico dell’universo, cioè il sistema o l’ordine immanente delle cose. Lo spinozismo può essere per questo reputato una traduzione metafisica della nuova visione scientifica della Natura (= la natura è l’insieme delle leggi che determinano i rapporti causali tra le cose).

Per quanto riguarda il secondo problema, relativo ai rapporti tra la Sostanza e i modi, bisogna dire che Spinoza ha scartato i due modelli tradizionali: la dottrina della creazione e la dottrina dell’emanazione. Infatti la sostanza spinoziana non è ne la causa creante della metafisica cristiana, né la causa emanante della metafisica neoplatonica, né la Natura infinita che per la sua sovrabbondanza di potenza genera infiniti mondi, secondo il naturalismo di Bruno. Essa è piuttosto un ordine cosmico o un teorema eterno da cui le cose scaturiscono o «seguono» in modo necessario, esattamente come dalla definizione di triangolo «segue» che la somma degli angoli interni è uguale a due retti.

La concezione di Dio come ordine geometrico dell’universo mette Spinoza in antitesi a ogni forma di finalismo. Secondo Spinoza ammettere l’esistenza di cause finali è un pregiudizio dovuto alla costituzione dell’intelletto umano. Gli uomini ritengo tutti di agire in vista di un fine, cioè di un vantaggio o di un bene che desiderano conseguire. E poiché trovano a loro disposizione un certo numero di mezzi per conseguire i loro fini (per esempio, gli occhi per vedere, il sole per illuminare, le erbe e gli animali per nutrirsi ecc.) sono portati a considerare le cose naturali come mezzi per il raggiungimento dei loro fini. E poiché sanno che questi mezzi non sono stati da loro stessi prodotti, credono che siano stati preparati per loro uso da Dio. Nasce così il pregiudizio che la divinità produca e governi le cose per l’uso degli uomini, per legare gli uomini a sé e per essere onorata da essi. Ma, dall’altro lato, gli uomini osservano che la natura offre loro non solo agevolezze e comodità, ma anche disagi e svantaggi di ogni genere (malattie, terremoti, intemperie ecc), e credono allora che questi malanni derivano dallo sdegno della divinità per le loro mancanze nei suoi riguardi. Da tali pregiudizi ci si può liberare solo con la matematica che ha mostrato agli uomini la visione antifinalistica delle cose.