I primi tre minuti dell’universo

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La tacita curiosità insegna a osservare, a muovere i primi passi verso la sapienza e ad assaporare consapevolezza.

Da tempo immemorabile l’Egitto è stato conosciuto come il paese delle due terre: l’alto Egitto, la terra rossa e basso Egitto la terra nera, dove il terreno è fertile. Ancora oggi il 99 per cento della popolazione egiziana vivono nella terra nera.

 Il significato di questa dualità è più di un fatto geografico e demografico, è un elemento fondamentale nei primordi della cultura degli antichi egizi e trova espressione significativa nella loro religione.

A differenza della Mesopotamia, l’Egitto antico non ha sviluppato diversi potenti città-stato lungo i fiumi. L’Egitto aveva un fiume di importanza, il Nilo, e piccoli villaggi. Ognuna di queste comunità di villaggio aveva una propria mitologia, che non hanno creato tensioni tra le comunità, ma li hanno unite. La loro tendenza era, dunque, verso l’unità, senza confronti e  tensioni.

Un testo che esemplifica questo atteggiamento, tenendo conto delle antiche tradizioni, è la teologia di Memphis, registrato su La pietra di Shabaka.

La teologia Memphite assorbe le precedenti nozioni della Creazione, come quella di Ermopoli, che descrive il procedimento di creazione da otto esseri primordiali del caos che hanno abitato la melma primordiale. I quattro maschi sono rospi e i serpenti quattro femmine, formano le coppie di Nun e Naunet (materia primordiale e spazio primordiale, Kuk e Kauket (l’illimitabile e la sconfinata, Eh e Hauhet (tenebre e oscurità), Amon e Amaunet (nascosti e quelli invisibili). Questi otto portano la luce del sole e nella teologia Memphite si dice per venire alla luce da Ptah, se stesso.

Un’altra parte della mitologia Memphite prende i miti dal vecchio Regno dal Dio Horus e Seth. Queste due divinità si contendono l’autorità sopra l’Egitto. Un’altra divinità Geb, il Dio-terra, funge da mediatore, che divide il paese tra i due, quindi, cambiando il suo pensiero, dà l’intero paese a Horus. Nella teologia Memphite, il faraone Menes è identificato con Horus e Geb diventa Ptah, ma in un altro contesto mitologico Geb rappresenta il potere sulla terra, è il supremo. Egli è la collina primordiale che è il simbolo della prima creazione. Per gli egiziani la divinità della terra è maschile piuttosto che femminile.

Geb, per far finire gli scontri, nominò Seth il Re dell’alto Egitto nella terra dell’alto Egitto e Horus Re del basso Egitto in terra del basso Egitto. Successivamente, sembrava sbagliato a Geb che la porzione di Horus fosse come la parte di Seth,  così diede a Horus la sua eredità, perché egli era il figlio del suo primogenito.

Nella mitologia antica il Regno del sole Atum (o Atem) appare spesso come il primo creatore. Egli fa Shu e Tefnut (aria e umidità) da se stesso e, a loro volta, creano Geb e Nut (cielo e terra). I bambini della coppia quest’ultimo sono Osiride, Iside, Sethe e Nepthys. Le prime quattro divinità formano così il cosmo, e le quattro successive sono i mediatori tra l’uomo e il cosmo. Osiris è il simbolo del re morto, che è riuscito a dare forma a Horus. Isis è la consorte di Osiride e dopo l’omicidio di Seth, s’incarna nel suo corpo e così realizza per lui la vita eterna, suo alleato in questo ruolo è Nepthys, la consorte di Seth. Horus, figlio di Osiride e Iside, infine sconfigge Seth. Seth è associato al deserto dell’alto Egitto. Come una divinità delle nuvole, si oppose Atum, il sole.

Anche se regalità appare come il perno attorno a cui ruota la mitologia egiziana, le chiavi e i temi mitologici sono creazione, procreazione, rincarnazione e l’unità delle due terre. Il faraone temporale era solo un simbolo di questi ordini. Il potere è espresso dal sole, dalla terra e dagli animali, soprattutto bovini. Il linguaggio e i simboli del potere possono in qualsiasi momento essere tradotti da uno in un altro – ad esempio, il sole potrebbe essere descritto nel simbolismo del bestiame o della terra nel simbolismo del sole. Nella teologia del nuovo Regno, il Dio supremo era Amon-Re, un’identificazione di Tebano (e Hermopolitan)-Dio creatore Amon con il Dio del sole Ra (successore di Atum).

Dopo questa introduzione, sommaria, della teologia Memphite, occorre entrare nel concetto della Creazione dal punto di vista scientifico.

Io penso che l’universo sia infinito nel tempo e nello spazio, cioè sia sempre esistito e sempre esisterà (Margherita Hack)

Lo scopritore del Big bang fu un gesuita, Georges Lemaître e subito gli scienziati atei si opposero per motivi di natura filosofica essendo un’idea così compatibile con la Creazione. Anche Albert Einstein, che ateo non era, parlando con il gesuita astronomo disse: «Questa faccenda assomiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete». Francis Collins, il genetista che ha sequenziato del DNA umano, oggi direttore del National Institutes of Health, ha sostenuto che il Big Bang «domanda a gran voce una spiegazione divina e infatti si accorda perfettamente con l’idea di un Dio Creatore trascendente. Non riesco a capire come la natura avrebbe potuto crearsi da sé. Solo una forza al di fuori del tempo e dello spazio avrebbe potuto fare una cosa simile».  Il celebre astrofisico Allan Sandage ha evidenziato che «con le conseguenze riguardanti la possibilità che gli astronomi abbiano identificato l’evento della creazione mette veramente la cosmologia vicino al tipo di teologia naturale medioevale che ha cercato di trovare Dio identificando la causa prima» L’astrofisico Alan Lightman ha ammesso che gli scienziati “trovano sorprendente che l’universo sia stato creato in uno stato così ordinato“. E ha aggiunto che “qualsiasi teoria cosmologica valida dovrebbe offrire una spiegazione definitiva a questo problema dell’entropia“, dovrebbe cioè spiegare come mai l’universo non è diventato caotico. Alla luce delle prove esistenti è assolutamente ragionevole, addirittura scientifico, credere che siamo il risultato di un progetto intelligente. In ultima analisi è l’evoluzione, non la creazione, a richiedere una grossa dose di fede cieca e a pretendere che si creda nei miracoli senza nessuno che li faccia.

Dalla teologia Memphite:

“Così si dice di Ptah: “Colui che ha reso tutto e creò dei”. E lui è Tatenen, che ha dato vita agli dèi e dal quale ogni cosa è venuto avanti, alimenti, disposizioni, divine offerte, tutte le cose buone. Così è riconosciuto e capito che lui è il più potente degli dèi. Così Ptah era soddisfatto dopo che aveva fatto tutte le cose e tutte le parole divine. ”

Scienza e religione si sono sempre scontrate con la creazione dell’Universo, forse solo con la Cabala si ha un confronto sereno. L’Universo è stato creato per mezzo della Legge del Numero, della Misura e del Peso; le Matematiche formano l’Universo, i Numeri sono delle entità viventi. Chi penetra in Chesed, il Mondo dello Spirito, puro e ineffabile, può verificare che in questa regione tutto si riduce a numeri, è una regione terribilmente reale. In questo mondo non vediamo le cose così come sono, ma le immagini delle cose.

 

Riflessioni martiniste

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Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. La costituzione antropica è tale, che l’espressione interna dell’anima cerca, allo stesso tempo, una manifestazione corporea.
Il rituale di apertura dei lavori esoterici, si avvale di simboli, segni e vibrazioni mediante i quali l’anima umana è sollecitata ad azioni spirituali che la uniscono a Dio.
Abbiamo quindi bisogno di segni visibili e sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. Essendo creature corporee, comunichiamo con segni esterni che diventano atti interni spirituali. In questa prospettiva, si mette in luce anche l’importanza dei gesti e atteggiamenti nel rito che portano al riconoscimento di Dio e della Sua sacra presenza per sollecitare i partecipanti ai lavori a una risposta di riverenza e devozione.
Platone definisce l’anima come forma sostanziale del corpo ed elabora la teoria “Ilemorfica”, per la quale ogni ente è composto di una forma – che è la sua attualità e si esprime nella definizione – e di una materia l’elemento potenziale suscettibile di ricevere una forma.
Con la dottrina dell’ilemorfismo universale, secondo la quale ogni aspetto della realtà è forma e materia: il corpo non è solo materia ma anche forma (forma della corporeità) e l’anima, come le intelligenze celesti, ha una materia in sé, esseri reali rivestiti come noi della forma sensibile.
San Tommaso respinge la teoria dei neoplatonici agostiniani che attribuivano all’anima umana e angelica una specie di materia spirituale e ribadisce la purezza della forma sostanziale aristotelica, anche se, egli aggiunge, la materia ha una sua caratteristica particolare, come materia signata di accogliere in sé la forma o l’anima, che è poi pienamente realizzata come attuale solo in Dio, mentre nell’uomo conserva ancora un elemento di potenzialità e limitatezza.
In altre parole è depositario delle virtù prime che l’uomo ha perduto.
L’uomo era un tempo un essere spirituale. E’ sceso sulla terra allorché privato delle sue ali spirituali e fu avvolto in un corpo sensibile. Immerso nella sua fisicità l’uomo non è in grado di ricongiungersi al Principio, ma è destinato a liberarsi di questo corpo fisico, per risalire di nuovo nei mondi dell’anima e dello spirito. Se noi indagassimo sull’interiorità umana, anziché aspettare la morte fisica, verremo a conoscere lo spirito e l’anima dell’uomo così com’era allora, quando nacque dal grembo del mondo spirituale.
Ecco, la mente dell’uomo si riscopre come strumento per sceverare tutti i misteri della creazione
e cerca incessantemente intorno a sé.
L’uomo, per Louise Cloude de S. Martin, è la somma di tutti i problemi. È lui stesso un problema, l’enigma degli enigmi. Non si può comprendere l’uomo per mezzo della natura, ma la natura per mezzo dell’uomo. Louis Claude de Saint Martin invita l’uomo a considerare se stesso e ad analizzare la realtà che avrà scoperto in tal modo. Così l’uomo scoprirà il suo vero rango e percepirà l’armonia del mondo secondo il famoso adagio di Delfo. «Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei!». L’uomo, malgrado la sua degradazione porta sempre con sé evidenti i segni della sua origine divina. Incatenato sulla terra come Prometeo, esiliato dal suo regno, quale fine si potrà proporre se non quella della reintegrazione.
Questa è la reintegrazione: una ricostruzione dell’uomo nella sua forma originale, unitaria, così com’era prima della caduta.

Dall’accensione del candelabro a tre luci diverse, il Trilume, noi arriviamo alla comprensione, e a ricordarci, del grande principio unico che è l’Assoluto. Le tre luci non danno che un’unica luce.
Tutto riconduce alla lettera ebraica Aleph, simbolo dell’uomo e di Dio.
Aleph segna la soglia tra il manifesto e l’inconoscibile, tra il segreto e il risvelato, fra il potenziale e l’attuale.
Rappresenta la figura di un uomo che guarda il cielo e la terra, per significare che il mondo inferiore è specchio e mappa di quello superiore.
Sottolinea l’importanza dello studio della verità esoterica che secondo il pensiero ebraico è il più nobile che l’essere umano possa compiere.
Aleph è il numero 1, l’unità assoluta di Dio, e nell’uomo, il numero “Uno” si riferisce al valore prezioso dell’individualità realizzata e dell’unicità dell’anima umana.
L’Uno è la base e la chiave di ogni altro numero. L’unità di Dio è però un fatto che trascende ogni concetto matematico. È l’unificazione di tutte le varie unità. Ogni parte (anima) contiene il tutto (Dio), ciò nonostante il tutto (Dio) trascende la somma delle parti, e nessuna anima da sola potrà mai esaurire la conoscenza dell’infinita perfezione divina.