
Da circa 30 anni frequento scuole iniziatiche, corsi di crescita spirituali, morali e personali; nonchè centri studi orientali. La presunzione è una zavorra, insieme all’orgoglio e la rabbia (a cui dedicherò altre esamine), che mantengono l’essere umano ancorato al suolo. Se la crescita personale è un viaggio verso l’alto, questi tre elementi sono come sacchi di sabbia legati alla mongolfiera: finché non li tagli, non si decolla.
In alcuni ambienti di studio e circoli culturali esoterici ed essoterici più hai conoscenza e più le zavorre aumentano; mentre i veri grandi uomini illuminati sono più umili e usano un linguaggio più semplice affinché la loro parola raggiunga i cuori di tutti, indipendentemente dalla cultura e grado di evoluzione.
La questione se la presunzione debba essere catalogata come un vizio debilitante o un pregio propulsivo per l’individuo impegnato in un percorso di crescita spirituale e personale non ammette una risoluzione binaria. Al contrario, essa richiede un’indagine approfondita che attraversi le stratificazioni semantiche, le dottrine teologiche, le evidenze della psicologia cognitiva e le tradizioni sapienziali orientali.
Nel contesto dell’evoluzione dell’essere, la presunzione si manifesta come una forza dinamica la cui valenza etica e funzionale dipende strettamente dalla direzione del suo vettore: se essa è rivolta alla solidificazione di un ego fittizio o se funge da audacia necessaria per trascendere i limiti della condizione attuale.
L’analisi del termine presunzione deve necessariamente iniziare dalla sua radice latina praesumptio, derivata dal verbo praesumere, letteralmente “prendere prima” o “prendere in anticipo”. Questa genesi filologica è fondamentale per comprendere la natura intrinsecamente temporale del concetto. Il presuntuoso è colui che anticipa un possesso — sia esso di conoscenza, di virtù o di grazia — prima che questo sia stato effettivamente maturato o conferito dalle circostanze o dal merito.
In questa fase originaria, la presunzione non è ancora un vizio morale, ma un’operazione dell’intelletto: l’argomentazione o la congettura per cui, partendo da fatti noti, si ricavano opinioni su fatti ignorati; tuttavia, nel momento in cui questa operazione cognitiva si sposta dal piano logico a quello del carattere, essa diviene sinonimo di arroganza, boria e superbia.
La trasformazione semantica della presunzione evidenzia una transizione dalla “supposizione” alla “tracotanza”; mentre sul piano giuridico la presunzione d’innocenza rappresenta un principio di garanzia e di civiltà, sul piano psicologico e spirituale il medesimo meccanismo di “assunzione preventiva” diviene un limite all’apprendimento.
Il presuntuoso è colui che “si staglia al di sopra”, come i carciofi rispetto ai cardi nella metafora dialettale siciliana, pretendendo di dominare la scena senza averne la reale statura. Questa eccedenza avviene a cose già avvenute, o meglio, a percezione già consolidata, impedendo al soggetto di rimanere aperto al flusso dell’esperienza reale.
All’interno della teologia morale cattolica, in particolare nella riflessione di San Tommaso d’Aquino, la presunzione è analizzata come un peccato che si oppone alla virtù della speranza per eccesso. Se la speranza è la tensione fiduciosa verso un bene futuro, arduo ma raggiungibile, la presunzione ne rappresenta la versione disordinata e immoderata (immoderantia spei). Per l’Aquinate, l’oggetto della speranza deve essere possibile; quando qualcuno tende a un bene che non è alla sua portata come se lo fosse, cade nel vizio della presunzione.
Esistono due forme principali di presunzione teologica che influenzano il cammino spirituale, la presunzione delle proprie capacità: l’errore di chi confida eccessivamente nelle proprie forze umane per raggiungere la salvezza o la perfezione, ignorando la necessità della grazia divina e la presunzione della misericordia divina: l’errata convinzione di potersi salvare senza meriti, senza pentimento o continuando a peccare, confidando in una bontà di Dio che prescinda dalla Sua giustizia.
In questo senso, la presunzione agisce come una barriera al progresso spirituale poiché impedisce l’esercizio dell’umiltà, che è la base di ogni altra virtù.
L’umile riconosce la propria piccolezza davanti all’Assoluto, mentre il presuntuoso “monta in superbia”, dimenticando che l’uomo sta in piedi solo perché c’è un Altro che lo sostiene. Tuttavia, un’intuizione sottile di Tommaso d’Aquino suggerisce che la presunzione sia un peccato meno grave della disperazione; sebbene entrambi siano disordini della speranza, la disperazione nega la misericordia di Dio — che è la Sua identità più profonda — mentre la presunzione, pur abusandone, riconosce ancora la grandezza della bontà divina. Questo indica che un eccesso di fiducia, pur essendo un errore, conserva una scintilla di vitalità che la disperazione spegne completamente.
Nella filosofia stoica, la presunzione è identificata con il termine oiesis, che indica l’opinione vana o la pretesa di sapere. Epitteto, nelle sue Diatribe, ammonisce con fermezza che è impossibile per un uomo iniziare a imparare ciò che egli crede di sapere già. Questa “presunzione di conoscenza” è il veleno che arresta la crescita personale, poiché chiude la mente alla correzione e al dialogo razionale. Lo stoicismo mira alla eudaimonia attraverso la virtù, la quale è possibile solo se l’individuo mantiene un giudizio accurato e libero da illusioni.
Accanto alla oiesis, gli stoici pongono il concetto di tuphos, ovvero la nebbia o il fumo della vanità che offusca la percezione della realtà. Il cammino stoico è un esercizio costante di spoliazione dal tuphos: l’individuo deve riconoscere che l’unica cosa che realmente possiede è la propria facoltà di scelta razionale (prohairesis), mentre tutto il resto — ricchezza, fama, salute — è indifferente. La presunzione sorge quando si cerca di trarre orgoglio da ciò che non si possiede o quando si sovrastima il proprio valore morale rispetto alla natura universale. L’umiltà stoica non è sottomissione, ma corretto posizionamento di sé all’interno del cosmo (logos); è la consapevolezza di essere una parte di un intero, dotata di ragione ma soggetta alle leggi universali.
Spostando l’analisi verso le tradizioni orientali, emerge una critica ancora più radicale alla presunzione come strumento di auto-inganno dell’ego. Chögyam Trungpa, nel suo lavoro fondamentale sulla distorsione del percorso spirituale, introduce il concetto di “materialismo spirituale”. Questo fenomeno si verifica quando il ricercatore utilizza le tecniche, i concetti e le pratiche spirituali per nutrire e rafforzare il proprio ego anziché trascenderlo. In questo contesto, la presunzione si maschera da “realizzazione”: l’individuo si sente superiore agli altri perché medita, perché ha ricevuto certe iniziazioni o perché padroneggia un gergo esoterico.
La presunzione spirituale è definita da Trungpa come una forma di “narcisismo spirituale”. Essa crea una separazione tra il “sé illuminato” e gli “altri ignoranti”, rafforzando quel senso di solidità dell’ego che il cammino spirituale dovrebbe invece dissolvere. La vera spiritualità è descritta come un processo di “bruciare” le confusioni, non di costruire un curriculum di successi mistici. Quando la pratica spirituale bolla e gonfia l’ego, essa si trasforma in un ostacolo insormontabile, poiché il soggetto diventa impermeabile alla verità autentica, protetto da uno scudo di santità apparente.
Nello Zen, l’antidoto a questa deriva è la coltivazione dello shoshin, la “mente del principiante”. Approcciarsi alla vita senza preconcetti, con la curiosità di un bambino, permette di vedere le infinite possibilità che la mente dell’esperto — prigioniera della propria presunzione — non può più scorgere. Lo shoshin richiede di lasciar andare il bisogno di avere ragione, di vincere le discussioni o di dimostrare il proprio valore, accettando la “vacuità” come spazio di pura potenzialità.
Dalla prospettiva della psicologia moderna, la distinzione tra presunzione e sana fiducia è operata attraverso i costrutti di autoefficacia e autostima. Albert Bandura definisce l’autoefficacia come la convinzione di una persona di essere in grado di eseguire con successo compiti specifici o affrontare determinate situazioni. Questo senso di competenza è un motore fondamentale della crescita personale, poiché influenza la motivazione, la perseveranza e la gestione dello stress.
A differenza della presunzione, l’autoefficacia è fondata su quattro fonti concrete:
- Esperienze di padronanza: successi reali ottenuti attraverso l’impegno.
- Esperienze vicarie: l’osservazione di modelli simili che riescono nei propri intenti.
- Persuasione verbale: incoraggiamenti realistici da parte di figure di riferimento.
- Stati fisiologici ed emotivi: l’interpretazione positiva dell’attivazione emotiva (ansia come energia).
La presunzione psicologica, d’altro canto, si configura come un overconfidence effect, un bias cognitivo in cui la fiducia soggettiva nelle proprie capacità eccede sistematicamente l’accuratezza oggettiva delle stesse. Mentre l’autoefficacia è flessibile e situazionale, la presunzione è rigida e spesso maschera una bassa autostima sottostante. Chi ha una buona autostima non ha bisogno di apparire superiore; accetta i propri limiti e riconosce il valore degli altri senza sentirsi minacciato. Al contrario, l’arrogante è consumato dal bisogno di conferme esterne, vivendo in una fragilità che non tollera critiche o feedback negativi.
Nonostante i chiari segnali di allarme morale, la ricerca psicologica ha identificato un legame paradossale tra creatività ed elevati livelli di presunzione o bassa umiltà. Geni celebrati come Salvador Dalí o Pablo Picasso manifestavano una boria che rasentava la megalomania; Dalí arrivò a proclamare che, mentre lui dipingeva, l’oceano ruggiva, mentre gli altri si limitavano a sguazzare nella vasca da bagno. Questo suggerisce che, in determinati ambiti, una certa “arroganza focalizzata” possa fungere da scudo contro il dubbio paralizzante e le pressioni sociali al conformismo.
Tuttavia, è necessario distinguere tra l’arroganza come tratto di personalità e l’audacia come attitudine operativa. Sebbene la presunzione possa dare la spinta iniziale per un “salto nel vuoto” creativo, essa può diventare autodistruttiva nel lungo periodo, alienando i collaboratori e impedendo la ricezione di feedback necessari per il perfezionamento dell’opera. L’innovazione sostenibile richiede un equilibrio tra la fiducia incrollabile nella propria visione (autoefficacia) e l’umiltà necessaria per imparare dagli errori e integrare prospettive diverse. Il leader efficace, secondo le ricerche sulla leadership evolutiva, possiede una combinazione paradossale di umiltà personale e volontà professionale estrema.
Nel panorama contemporaneo della crescita personale, la presunzione assume forme sottili e insidiose note come “narcisismo spirituale” e “bypass spirituale”. Il bypass spirituale è l’uso di pratiche spirituali per evitare di affrontare ferite emotive, traumi psicologici o responsabilità terrene. In questo scenario, l’individuo “presume” di aver raggiunto una trascendenza che lo pone al di sopra dei conflitti comuni, quando in realtà sta semplicemente reprimendo aspetti ombra della propria personalità.
I segni del narcisismo spirituale includono:
- La pretesa di essere “chiamati da Dio” per chiudere ogni conversazione o critica.
- L’uso del linguaggio spirituale (come “tutto accade per una ragione”) per invalidare il dolore altrui.
- La convinzione di essere più “svegli” o “evoluti” di chi non segue lo stesso percorso.
- L’incapacità di ascoltare, sostituita da un atteggiamento di costante insegnamento non richiesto.
Queste patologie dimostrano come la presunzione possa agire come un parassita dello spirito. Invece di portare alla liberazione, essa incatena il praticante a una nuova immagine di sé, ancora più rigida e inattaccabile della precedente perché ammantata di sacralità. Il cammino di crescita autentico non dovrebbe aggiungere strati di identità “superiore”, ma piuttosto ammorbidire il senso di separazione tra sé e il mondo, favorendo una compassione che non ammette gerarchie di valore umano.
Al culmine di questa analisi, emerge un’accezione positiva della presunzione che Santa Teresa d’Avila definisce “santa presunzione” o “santa audacia”. In questo contesto, la presunzione non è l’arrogante pretesa di meriti propri, ma la fiduciosa audacia di desiderare le cose grandi di Dio. Teresa esorta le sue sorelle a non avere timore di aspirare all’unione mistica, poiché un’umiltà malintesa — che confina con la pusillanimità — può impedire all’anima di intraprendere il viaggio verso le “dimore” più profonde del castello interiore.
Questa “santa presunzione” è strettamente legata alla virtù della magnanimità, la quale spinge l’individuo a compiere opere grandi e degne di onore. San Tommaso osserva che la magnanimità e l’umiltà non sono in conflitto: l’uomo magnanimo aspira a cose grandi in virtù dei doni che ha ricevuto da Dio, mentre l’uomo umile riconosce che tali doni non sono opera sua. Pertanto, nel percorso di crescita spirituale, la presunzione intesa come “audacia della speranza” è un pregio indispensabile. Senza di essa, il ricercatore rimarrebbe bloccato in una prudenza eccessiva che soffoca l’eroismo necessario per la trasformazione radicale.
La differenza tra il vizio della presunzione e il pregio della santa audacia risiede dunque nell’oggetto della fiducia:
- Se la fiducia è riposta nelle proprie capacità isolate e nel proprio ego, è un vizio che porta all’errore e alla caduta.
- Se la fiducia è riposta nella Grazia o nel potenziale illimitato dell’essere umano come riflesso del Divino, è un pregio che apre le porte all’impossibile.
Conclusioni
La presunzione si rivela dunque come una spada a doppio taglio nel cammino dell’evoluzione personale. Come vizio, essa è la chiusura dogmatica della mente, l’inflazione narcisistica dell’ego e la cecità davanti alla propria ombra; è l’ostacolo supremo che impedisce al discepolo di farsi piccolo per accogliere la grandezza della verità. Come pregio, tuttavia, essa rappresenta quella componente di audacia e di “pre-assunzione” della propria divinità potenziale che è necessaria per superare l’inerzia della materia e i condizionamenti della paura.
Per chi è su un percorso di crescita, la sfida consiste nel coltivare una “fiducia saggia” che includa la consapevolezza dei propri limiti e l’intenzione umile di superarli. L’equilibrio tra autoefficacia (sapere di poter fare) e umiltà (sapere di non essere l’origine ultima del potere) permette di agire con la forza di un leone e la semplicità di un principiante. Il cammino autentico non è una fuga verso l’alto dettata dalla boria, ma una discesa profonda nella propria verità umana, dove la presunzione di “essere già arrivati” viene costantemente sacrificata sull’altare della presenza vigile e della disponibilità al cambiamento incessante. In definitiva, la presunzione è un veleno quando ci separa dalla realtà, ma è una medicina quando ci dà il coraggio di credere che la guarigione e la luce siano, nonostante tutto, a nostra portata.
#francescogarruba
