Una danza di riflessioni: i Giannizzeri, tra Templari e francescani.

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1. Storia dei giannizzeri

I Giannizzeri, dal turco yeni ceri (nuova milizia o giovane guerriero), erano un corpo di fanteria istituito dal sultano Orkhan (1288-1359) nel 1329 e riorganizzato nel 1360 da Murad I (1326-1389). Nei primi secoli il corpo era alimentato da giovani presi nelle guerre contro i cristiani e dalle migliaia di fanciulli delle famiglie cristiane dell’Impero specialmente quelle della Turchia europea, i cristiani d’Asia erano per lo più esentati, raccolti con una levata detta devshirme. Una speciale commissione arrivava nei villaggi cristiani dei Balcani e sceglieva i ragazzi più forti eintelligenti, in un’età compresa fra gli 8 e i 10 anni. Questa specie di corvée costituiva uno strazio per le famiglie, tranne per quelle più povere, che intravedevano nella carriera militare ottomana un’accettabile prospettiva di vita per i propri figli. Erano istruiti nella religione musulmana e abituati a parlare in turco. Prima di entrare nei giannizzeri, i giovani passavano alcuni anni di tirocinio militare nel corpo degli Agem Oghlan. Benché cristiani d’origine i giannizzeri diventavano sotto le armi i più fanatici difensori dell’Islām.  La  devshirme durò fino al 1700 circa, in seguito l’arruolamento dei giannizzeri si fece in certo modo eterogeneo, entrando a farne parte anche i figli dei Turchi e specialmente i figli dei giannizzeri stessi. I ragazzini venivano accasermati in appositi convitti-caserme che per tutta la vita diventava la loro unica casa. Erano educati a una vita frugale, una disciplina severissima, un addestramento militare pesantissimo e alla fedeltà verso il sultano, che era il loro unico vero padre-padrone. La raffigurazione del cucchiaio, che gli ufficiali portavano sul copricapo, stava a significare come essi ricevessero il cibo direttamente dalla mano del sultano, era uno dei simboli di tale assoluta fedeltà. Costretti al celibato, erano iniziati alla confraternita islamica tariqa bektasshiyya, ispirata dal mistico Haci Bektas. Solo chi dimostrava il proprio valore accedeva al vero titolo di giannizzero, intorno all’età di 24-25 anni. In caso d’invalidità, o al sopraggiungere della vecchiaia, ricevevano una specie di pensione. Alla loro morte il reggimento ereditava tutti gli averi, compreso il bottino di guerra di cui ognuno era riuscito a impossessarsi. I giannizzeri erano divisi in tre classi: yayabey, buluklu, seymen. Ognuna delle tre classi comprendeva un certo numero di reggimenti, detti orta. Ogni orta aveva il proprio vessillo con distintivi speciali. I soldati portavano un’uniforme di panno e avevano in capo una specie di cuffia bianca di lana con un lungo lembo cadente sulle spalle; erano armati di lance, sciabole, pugnali, accette e archibugi. I giannizzeri si distinguevano per il loro valore in battaglia, d’altronde sin da piccoli venivano iniziati all’addestramento militare e alla guerra santa. Parteciparono come corpo d’elite a tutti i principali scontri con i Cristiani (battaglia della piana di Kossovo nel 1389, Nicopoli nel 1396, Varna nel 1444) e nel corso degli assedi (Costantinopoli, Rodi, Malta, Famagosta, ecc.) erano sempre in prima fila. In ciò erano preceduti soltanto dagli Iayalari, una milizia di musulmani suicidi che si gettavano nella mischia con lo scopo deliberato di morire per Allah e di guadagnare subito il paradiso. Il 29 maggio 1453 la città di Costantinopoli cadde sotto i bombardamenti dell’esercito ottomano, ponendo fine così al millenario Impero bizantino, e, storicamente, all’Impero romano d’Oriente. Il sultano Maometto II entrò vittorioso in città, accompagnato dai suoi soldati, Tra i reparti ottomani, vi figurava quello dei Giannizzeri, con appena un secolo di vita, ma già importante a tal punto da essere alle dirette dipendenze del sultano stesso e da ricevere parte del bottino di guerra. Murad I, rinforzò questo reparto, assuefacendolo all’obbedienza. Questi, data la loro origine servile e la natura di fanteria, non erano ben visti dal resto delle truppe tribali turche, per le quali il combattimento a piedi era poco onorevole (il cavallo, invece, rappresentava un simbolo di aristocrazia). Dello stesso avviso non furono i sultani che, desiderosi di porre ordine all’interno delle proprie fila militare, decisero di creare il primo esercito regolare ottomano, costituito appunto dai Giannizzeri. Murad II era riuscito nell’intento di creare un corpo leale e ben educato alle armi, quasi un esercito di automi per quanto si dimostravano obbedienti. L’atteggiamento dei nobili turchi mutò considerevolmente, e ogni famiglia desiderava far entrare un proprio figlio all’interno delle fila giannizzereMolti furono i privilegi propri dei Giannizzeri, quali esenzione dalle tasse, i bottini di guerra e la pensione post-servizio militare. Ma il costo del mantenimento di tale reparto aumentò ben presto, non tanto dal punto di vista economico, quanto da quello istituzionale. Le prime rivolte dei Giannizzeri non tardarono a manifestarsi, a partire dal 1449. Inizialmente con l’intento di ottenere un salario migliore, le proteste proseguirono e le aspettative divennero ben maggiori. Per quanto i principi che succedevano al trono ottomano fossero avveduti, non sempre essi riuscirono a ridurre i Giannizzeri a completa obbedienza. E il primo a cadere sotto le velleità giannizzere fu il sultano Osman II, nel 1622, il quale progettò la costituzione di un altro corpo di protezione per la propria persona, esclusivamente costituito da unità turche. I Giannizzeri godevano di un forte potere decisionale al momento dell’insediamento del nuovo califfo, tanto che gli scritti di allora riportano una pratica barbaresca, secondo cui essi avrebbero dato il proprio benestare alla successione dinastica, solo qualora il principe pretendente al trono avesse promesso loro che sarebbero stati liberi di continuare a saccheggiare i territori dei Giudei e dei Cristiani, l’alternativa alla guerra in tempi di pace. Osman II individuò il pericolo che costituivano i Giannizzeri, oramai divenuti una casta chiusa sulla falsariga dei Templari, ma essi ordirono una congiura di palazzo, uccidendo il sultano. Una ventina d’anni dopo spettò la stessa sorte al tirannico Ibrahim I. Alla luce di quanto accaduto, Mahmud II intraprese una cauta politica, pur sapendo che il pericolo di un’ennesima rivolta dei Giannizzeri era dietro l’angolo. Il corpo giannizzero contava ormai 200mila uomini, tra i quali pochi rispettavano la figura tipica di quel che secoli appresso fu la guardia reale. I nuovi arrivati giungevano con l’obbiettivo di depredare e ottenere tutti i privilegi garantiti al corpo. Il Califfo Mahmud iniziò a tessere le trame del suo piano: l’obiettivo era quello di provocare i Giannizzeri, istituendo un nuovo corpo militare su modello europeo che li avrebbe dovuti sostituire. Dopo 20 anni passati a consolidare il potere, il sultano decise di agire. Mahmud chiese espressamente ai capi giannizzeri di inviare i migliori elementi al nuovo esercito. Come risposta ebbe una grande sollevazione e la conseguente marcia verso il Palazzo reale Topkapi, evento che gli permise di forzare lo scioglimento dei rivoltosi. E’ il 15 giugno 1826. Per le strade di Costantinopoli si assiste ad una guerriglia urbana: le forze leali al sultano caricano i ribelli Giannizzeri, mentre la popolazione (che riserbava rancore a causa dei continui soprusi perpetrati ai suoi danni dalla guardia reale) aiuta la cavalleria a respingere i ribelli. I Giannizzeri si rifugiano nelle caserme per sfuggire alla rappresaglia, ma non riescono a mettersi in salvo. Quel giorno periscono in migliaia, tutti i loro capi sono giustiziati, alcuni riescono a fuggire verso l’entroterra della penisola anatolica. In un destino a doppio filo comune a quello delle Guardie pretoriane, i Giannizzeri cessano, dopo più di quattro secoli, di esistere. Il sultano Mohamed poté iniziare il processo di ammodernamento tecnologico a lungo ostacolato dalla corrente reazionaria giannizzera. L’Impero Ottomano, tuttavia, risentì della debolezza interna in ambito militare, pagandola, nel breve periodo, con il riconoscimento dell’indipendenza greca avvenuta 3 anni dopo. 

Simbologia dei Giannizzeri:

 La caserma è la casa, il focolareSimbolo della compagnia è il calderone per la zuppaIl segno della ribellione è il calderone rovesciato, o battuto ritmicamente con i cucciaiOgni soldato porta un cucchiaio sul cappelloI gradi degli ufficiali sono quelli dei cucinieri: il caporale è lo sguattero; il colonnello (ciorba) è lo zuppiereI giannizzeri non portano il turbante, ma un copricapo di panno bianco a cono• Possono avere solo i baffi e non la barba. Solo gli ufficiali possono avere la barba.

2. Giannizzeri e religione.

La loro religione è eretica. Seguono l’eresia sufi di una confraternita mistica di dervisci (bektashi), che predica regole originali: no al velo per le donne, possibilità di bere vino senza commettere peccato. Con il termine derviscio (in persiano e arabo darwīsh, lett. «povero», «monaco mendicante») si indicano i discepoli di alcune confraternite islamiche che, per il loro difficile cammino di ascesi e di salvazione, sono chiamati a distaccarsi nell’animo dalle passioni mondane e, per conseguenza, dai beni e dalle lusinghe del mondo. Si tratta di un termine afferente a molte generiche confraternite islamiche sufi. Con questo termine di matrice persiana, dar wish, si evoca il mendicante che bussa alla porta, metafora efficace per incarnare la ricerca della verità. I dervisci sono asceti che vivono in mistica povertà, simili ai frati mendicanti cristiani. Il fenomeno è tipico di tutti i percorsi ascetici mistici, sia ebraici, che cristiani, buddisti e induisti. In campo islamico alcune confraternite fanno della povertà il loro abito fisico e spirituale, utile ad allontanare qualsiasi vana tentazione di affermazione del proprio Io, a fronte dell’Unico Esistente, Dio. Nell’immaginario comune il derviscio è collegato al sema, la danza estatica, ritmata dal suono dolce e nostalgico del ney, il flauto di canna che canta l’amarezza del distacco dal canneto ove era creatura vivente, parabola della separazione dell’anima da Dio. La grammatica antropologica del derviscio è, in realtà, molto articolata e rigorosa, modulata sull’asse dell’intenzionalità che orienta le scelte pratiche e la stessa adesione radicale alla legge divina e che conduce all’esercizio ascetico della volontà, sotto la guida di un halife, una vera e propria guida spirituale. Il mantello iniziatico sarà l’emblema del legame del discepolo col maestro ma, anche, della morte verde, simbolo di adesione e di obbedienza alla via spirituale intrapresa (esistono anche altre morti colorate: la morte bianca è il digiuno, la nera la sofferenza, la rossa incarna la resistenza alle tentazioni). Il derviscio vive comunitariamente nella sua confraternita con la quale pellegrina sia topograficamente sia interiormente, ma il cuore del rituale mistico e il motore stesso della pratica religiosa rimane la danza sacra, il sema appunto, un vocabolo che è basato sulla radice trilittera semitica dell’ascolto. L’Ordine dei Mevlevi, in Turchia, pratica la celebre danza turbinante come metodo per raggiungere l’estasi mistica (jadhb, fanāʾ), all’interno di un complesso rituale chiamato samāʿ. Le danze sacre sono la più antica forma di trasmissione dei “misteri” che essi affermano pervenuti all’uomo dall’antichità, e quanti sono ammessi a un tale esercizio passano attraverso un insegnamento speciale che prevede una lunga preparazione. L’esercizio ascetico del derviscio, preparatorio all’incontro con l’Adorato, grazieall’allontanamento di ogni immagine e pensiero esteriore. Il corpo è l’asse su cui si dispiega l’intera esperienza mistica, in un delicato equilibrio tra materia e spirito, tra finito e Assoluto, tra creatura e cosmo, tra cuore umano e amore divino. Proprio la piena decifrazione dei significati presenti nella danza sacra, identificati ed esaltati dal trattato di Ankaravî, permette di comprendere la dialettica con l’islam sunnita ufficiale, pur nello sforzo conciliatorio del maestro sufi di Galata. La sua aspirazione era, infatti, quella di armonizzare e integrare la mistica dell’unicità divino-umana (incarnata nella pratica stessa della danza) con l’ortodossia teologica e giuridica musulmana. In realtà, permaneva un nodo rigido e forse non dipanabile, quello della corporeità. Se il sufi danza per annullarsi in Dio, il suo corpo è al centro dell’attenzione coreografica e afferma l’esistenza di una personalità di fronte a Dio. Il centro della danza rappresenta Dio stesso, ma nel cuore del sema dimorano dei corpi in movimento. Il bisogno dei sufi di mettere in scena il corpo orante, differente dalla preghiera canonica, fu letto come una rivendicazione di uno statuto della persona umana inesistente nell’islam.

3. Esoterismo islamico e Templari

Anche se si conoscono con certezza i fatti storici, le battaglie, i nomi dei ventitré Grandi Maestri che si sono succeduti dal 1118 (Hugues de Payns) al 1314 (Jacques de Molay), sono fiorite molte leggende e svariate associazioni, anche non massoniche, che vantano una serie di trasmissioni occulte legate ai templari. Ma nulla di tutto ciò è possibile provare sul piano storico i fatti tramandati al limite delle leggende. Possiamo, dunque, parlare di neo-templarismo, massonico e non, che ne ha sicuramente ereditato gli ideali cavallereschi e mistici. Ad esempio, il famoso Baphomet, è stato supposto da più di uno studioso che non si trattasse di un idolo, ma di un’idea universale di fratellanza, volta a riunire in un’unica testa i due volti della civiltà, cristiana e islamica. Gli opposti, d’altro canto, sono sempre stati presenti nella speculazione filosofica templare, come i loro stessi emblemi dimostrano, a cominciare dallo stendardo bianconero detto Baussant o Beaucent, dal francese arcaico Vaucent, cioè valgo per cento. Tant’è che alcuni Templari italiani lo chiamavano il ValcentoLa permanenza ininterrotta con i musulmani, permise ai Templari di radicarsi a tal punto nella realtà orientale, da intrecciare veri e propri scambi culturali con i circoli islamici più evoluti: con i sufi, con i dervisci, ma soprattutto con gli Ismaeliti dello Shayk al Jabal, il leggendario Vecchio della Montagna, con i quali sussistevano particolari affinità dottrinarie e organizzative. Sotto il profilo religioso, infatti, sembra che i Templari fossero di vocazione gioannita, cioè cultori e interpreti del più ermetico dei quattro vangeli, propensi a una lettura più simbolica che letteraria delle verità della fede. A loro volta, gli ismaeliti si distinguevano dagli altri gruppi islamici per la convinzione che la lettura simbolica del Corano affrancasse il fedele dall’osservanza della norma. Analogie ancora più sorprendenti sussistevano poi sotto il profilo gerarchico e militare, tali da far apparire quasi speculari le strutture organizzative dei templari e degli assasi, la setta ismaelita detta degli assassini o hashishin, per la maldicenza secondo la quale fosse lo smodato consumo di hashish a determinare l’incondizionata sottomissione degli adepti alla volontà dello ShaykEntrambi gli ordini si fondavano infatti su di una doppia gerarchia, i cui gradi corrispondevano perfettamente tra loro: una gerarchia accessibile, composta di cavalieri per i cristiani e rafi per i musulmani, scudieri e fida’i, fratelli e lasik; e una gerarchia occulta, superiore, ascendente dai priori o kabir ai grandi priori o da’i, fino al gran maestro o Shayk al Jabal. Va però detto che tali affinità – e gli stretti rapporti di comunicazione che ne derivarono – non indussero comunque mai i templari a cedimenti o patteggiamenti sul piano delle armi. La macchina da guerra del Tempio non venne mai meno al suo ruolo, che imponeva a ciascun cavaliere una disciplina disumana e una spietata fermezza di fronte al nemico. E’ dovuta una riflessione su un concetto estremamente Tradizionale, che accomuna le Scuole Esoteriche di tutti i tempi e di tutte le età: una guerra contro se stessi, contro le proprie imperfezioni umane, che è manifestata in una drammatizzazione esteriore, e che i musulmani, secondo la visione Sufi, chiamano la “Jihad”, o Guerra Santa. Nella tradizione islamica, infatti, vengono distinte due jihad, o “guerre sante”: l’una è la Grande Guerra Santa, che è di ordine interiore e spirituale, l’altra è la Piccola Guerra Santa, quella che si combatte fisicamente contro un popolo nemico. La grande sta alla piccola come l’anima sta al corpo ed è fondamentale, per la comprensione dell’ascesi eroica (quella praticata da tutti gli ordini combattenti, di qualsiasi fede siano) intendere che in determinate situazioni le due cose divengano una sola: la Piccola Guerra Santa diventa il mezzo attraverso il quale si attua la Grande Guerra Santa e, viceversa, la guerra esteriore diventa un’azione rituale che testimonia la realtà del combattimento interiore. La Grande Guerra Santa è la lotta dell’uomo contro i nemici che porta in sé. Più esattamente, è la lotta del principio più alto dell’uomo contro tutto quel che vi è in lui di soltanto umano, contro la sua natura inferiore e ciò che è impulso disordinato e attaccamento materiale. E’ la premessa indispensabile per l’ascesi e l’unione con Dio nella Via dell’Azione, che prevede l’identificazione dell’adepto con un’entità (un Dio) che agisce e combatte. In molte immagini allegoriche, la Grande Guerra Santa è spesso raffigurata come il combattimento contro uno o più mostri: Sigfrido che uccide il drago, Ercole che affronta le dodici fatiche, e così via. Nel mondo dell’ascesi guerriera, la strada indicata, o anche prescritta, per realizzare questa Grande Guerra Santa è la “piccola” guerra, la guerra esteriore. In questo senso, l’azione ha rigorosamente la funzione di rito sacrificale e purificatorio. Le situazioni esteriori della vicenda guerriera determinano un affioramento del “nemico” (le debolezze interiori), il quale come istinto animale di conservazione, paura, inerzia, pietà o passione, oppone una rivolta e una resistenza che chi combatte deve vincere all’atto stesso di scendere in campo, per combattere e vincere il nemico esteriore. Lo schema della duplice guerra santa si ritrova in tutte le culture e le idealità di tipo tradizionale: dai miti nordici che prevedevano l’ascesa al paradiso del Walhalla, per opera delle Valkirie, dai guerrieri caduti con la spada in pugno, alle dottrine Zen praticate dalla nobiltà guerriera giapponese dei Samurai. Nella tradizione romana, caratterizzata da una forte storicizzazione e politicizzazione del mito, il sacrificio bellico assumeva valore salvifico non soltanto per il singolo, ma per la stessa Urbs. Nel proclamare l’imperativo “sacro” delle Crociate, San Bernardo aveva presente anche questa identificazione della guerra come via di DioNel suo scritto celebratorio dei Cavalieri del Tempio, De Laude Novae Militiae, si legge: “Non dimenticate mai questo oracolo: sia che viviamo, sia che moriamo, noi apparteniamo al Signore. Quale gloria per voi il non uscire mai dalla mischia, se non coperti di allori. Ma quale maggior gloria è mai quella di guadagnare sul campo una corona immortale, o fortunata condizione, in cui si può affrontare la morte senza timore, desiderarla con impazienza e riceverla con animo fermo!”.

Al crociato si prometteva la gloria assoluta, simboleggiata secondo una rustica espressione del tempo, dalla conquista di un letto in Paradiso. La stessa meta che l’Islam prometteva ai suoi guerrieri con l’immagine del ristoro nel Paradiso di AllahLe forze che si fronteggiavano erano dunque accomunate – almeno in certi strati della Cavalleria superiore – da un medesimo ideale mistico. Circostanza che favorì certamente l’incontro dei nemici esteriori su un terreno di scambio culturale interiore, come pare sia avvenuto almeno nel caso dei Templari e delle scuole esoteriche dell’Islam. Ancora oggi, nonostante tutto, quest’ideale permane in coloro che ricercano con vera volontà spirituale una realizzazione interiore in una qualche scuola iniziatica, e riempie ancora di speranza i nostri cuori il recitare, con San Bernardo, la prima frase del Salmo 115, che divenne il motto dei Templari: NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

4. San Francesco Cavaliere Templare  

San Francesco d’Assisi non era affatto un uomo di Chiesa: era un laico, che amava la sua compagna, Chiara e predicava il messaggio di Cristo alle folle, criticando i ricchi e i potenti.  Non era un prete, dunque, ma un cavaliere: ispirato dai Templari e, per giunta, figlio di una donna proveniente dalla Linguadoca, la terra dei càtari, dove la Crociata Albigese stava facendo decine di migliaia di morti, con lo sterminio sistematico dei boni homines, i cristiani alternativi che stavano dalla parte degli ultimi. Ma, poi, accadde che appena dopo la sua morte il vero Francesco d’Assisi scomparve di colpo.  Tutti i suoi documenti furono distrutti, bruciati. La sua memoria, cancellata. Al suo posto, nacque un nuovo San Francesco. Inventato di sana pianta, completamente falso: il San Francesco cattolico. Per riesumare le prime tracce di quello autentico ci vollero cinque secoli, con il ritrovamentodi un libro antico ma, ormai, era tardi il Vaticano aveva fabbricato il docile “format” francescano, impresso nell’immaginario popolare. Una clamorosa manipolazione storica. Moltissimi documenti scritti, memorie su Francesco e probabilmente anche su Chiara, sono stati dati alle fiamme per non propagare un ritratto non idoneo a farne un obbediente santo della Chiesa cattolica. Non a caso, per riscrivere la biografia dell’uomo di Assisi, fu incaricato un frate erudito, Bonaventura, che però non aveva conosciuto Francesco. Al biografo infedele fu ordinato di raccontare la vita del santo attutendo, modificando, spesso cancellando del tutto ogni aspetto che poteva mettere in discussione quel ritratto del poverello d’Assisi che si è perseguito per secoli.

Quali sono, dunque, le verità nascoste?

Praticamente tutto quello che Francesco è stato e ha fatto, per gran parte della sua vita.Francesco è stato un guerriero, che ha combattuto e che è stato imprigionato, e che più volte ha tentato di andare alla Crociata per diventare un valoroso cavaliere. Il vero Francesco si è innamorato dell’ideale dei Templari, al punto che il suo ordine è modellato su quello templare, inoltre, templari erano alcuni suoi frati, discepoli.  La stessa madre di Francesco era nativa dell’Occitania, la patria dei càtari, cristiani “eretici” perché dualisti come i mazdei, i seguaci di Zoroastro, convinti che la creazione fosse opera del demiurgo, il “dio straniero”, nonostante ogni creatura avesse in sé la scintilla divina del “padre celeste”. In un mondo, quello feudale, basato sulla pretesa investitura “divina” del potere e quindi della proprietà terriera, il messaggio sociale dei càtari era devastante, intollerabile per l’ordine costituito: i “buoni cristiani” (così si chiamavano, tra loro) erano convinti che niente e nessuno potesse legittimare la “privata proprietà dei beni”. Da qui la loro scelta di campo, a fianco degli ultimi. Dai càtari Francesco ha preso il concetto di servizio ai poveri, il rifiuto della proprietà. Ma non si deve dire, perché la Chiesa all’epoca lanciò una crociata per distruggere i càtari, con massacri orribili. Si ricorda quello di Béziers: 20.000 persone sterminate per essersi rifiutate di consegnare ai crociati i 200 eretici presenti in città. Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi, fu l’ordine dell’abate Arnaud Amaury, capo spirituale della crociata. Era il 1209. L’ultimo grande eccidio, nel 1244, a Montségur, sui Pirenei, con 220 “perfetti” càtari arsi sul rogo. Ma non finì lì. Proprio per debellare il Catarismo fu istituito il tribunale speciale dell’Inquisizione, che impiegò 70 anni a estirpare l’eresia, con “purghe” terribili, torture, roghi. Un regime di terrore, fondato sulla delazione, che devastò la Francia meridionale, distruggendo il tessuto sociale di una regione che, per Simone Veil, era stata la culla della civiltà mediterranea medievale, la terra tollerante dov’era fiorita la poesia dei trovatori. Più tardi la contro-predicazione evangelica dei “buoni uomini” avrebbe lambito lo stesso ordine francescano, a lungo ritenuto anch’esso in odore di eresia, data la sua predilezione per i poveri e i loro diritti. Ma Francesco d’Assisi non stimava solo i càtari. Ha tentato in tutti i modi il contatto con i musulmani, non per convertirli (lui non giudicava nessuno, mostrava il suo esempio di vita), ma per trovare i punti di unione tra le religioni, per raggiungere una pace duratura. Ancora oggi, da allora, i francescani hanno la cura del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dono del Sultano a Francesco e Frate Elia. Tutte verità nascoste, perché Francesco, ha vissuto una esistenza da eretico, sempre sul filo di finire al rogo. Vista però la sua enorme popolarità, dovuta al rivoluzionario messaggio d’amore che portava, si è fatta conoscere solo una parte della sua vita, nascondendo tutto ciò che lo riguardava, incluso il legame con la sua amata compagna Chiara, unione che poteva essere disdicevole per l’istituzione ecclesiastica. Pochi sanno, che Francesco ha voluto restare sempre un laico. Certo, un laico sui generis: predicava il Vangelo nelle piazze, alle feste, nei mercati. Come poteva, la rigida Chiesa del tempo, ammettere che un laico parlasse di Cristo alla gente? Poteva predicare agli uccelli o ai lupi, non alla gente. E invece Francesco non ha fatto altro per tutta la vita, perfino quando era malato. Esistano migliaia di quadri e affreschi su Francesco, ma neanche uno in cui predica. E la ragione è che non si voleva tramandare l’immagine di un laico che parlasse di Cristo. Morto Francesco nel 1226, allontanati i suoi vecchi confratelli e segregata Chiara nel convento, sono scattate le grandi manovre per cancellarne la vera storia e dare ai fedeli unimmagine edulcorata di mansueto, docile soldatino della Chiesa cattolica, attingendo a diverse fonti, tra cui molti scritti di Tommaso da Celano.

Come si organizzò la grande impostura?

Già nel 1260, al Capitolo, l’annuale riunione dei francescani che quell’anno si teneva a Narbonne, nella Francia mediterranea. A frate Bonaventura venne affidato il compito di scrivere una nuova biografia di Francesco, che fu poi approvata a Pisa nel 1263, durante il Capitolo successivo. Tre anni dopo, sempre il Capitolo (stavolta riunito a Parigi) giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla Legenda Maior, con la scusa che biografie diverse avrebbero condotto l’ordine verso una divisione. Una scelta attuata in modo così meticoloso, da far sparire dalla faccia della terra anche gli scritti di Francesco e quelli di Chiara, le lettere, le testimonianze. Non solo, vennero distrutti nelle chiese immagini, affreschi, tutto. Damnatio memoriae. Sepolto il vero Francesco, doveva sopravvivere solo quello falso. E così sarebbe stato, fino al 1768. Quell’anno, ormai in pieno Illuminismo, viene ritrovata miracolosamente “La Vita Prima”, del Celano, a più di cinque secoli dalla morte di Francesco. Poco dopo torna alla luce anche “La Vita Seconda”, un manoscritto scoperto nel 1806. E infine il terzo libro, “Il Trattato dei Miracoli”, acquistato casualmente a un’asta pubblica nel 1900. Grazie a quei tre volumi, si è potuta finalmente ricostruire la biografia autentica del vero Francesco. Ma nei cinque secoli precedenti, il Vaticano ha avuto tutto il tempo di costruire una storia artificiale e falsa. Lo confermano anche gli storici ufficiali: nell’agiografia di Bonaventura s’inventano anche false vicende, per far corrispondere la figura di Francesco a quanto si voleva tramandare, funzionale cioè alla posizione che voleva prendere l’ordine. E si trascura del tutto, naturalmente, la figura di Chiara e le sue vicende, quasi che le clarisse non facessero parte del movimento. Di Chiara si sa poco, anche perché attorno al santo di Assisi fu fatta, letteralmente, terra bruciata: Bonaventuraordinò di dare alle fiamme tutti gli scritti su Francesco. Da quel momento, la verità su Francesco, non sarebbe più stata quella della sua vita privata, ma una verità imposta dalla Chiesa. Francesco amava i Sufi, l’elusiva confraternita dei mistici orientali approdati all’Islam dopo aver attraversato l’induismo e il buddismo, mantenendo vivi molti aspetti del mazdeismo zoroastriano. Un network segreto, quello dei Sufi, da sempre impegnato per la pace. E’ un rosario Sufi, quello tumulato insieme alle spoglie di Francesco. Fonti e storici ufficiali, negano che Francesco, dopo i massacri dei Crociati a Damietta, nel 1220, si sia recato a Gerusalemme, nonostante avesse un permesso speciale del sultano El-Kamil, che aveva incontrato ma Ratzinger, Benedetto XVI, basandosi su fonti inoppugnabili, affermò: San Francesco ha visitato il Santo Sepolcro, ci sono elementi certi. Ha gettato un seme che avrebbe portato molto frutto”Gli stessi documenti arabi confermano che Francesco abbia incontrato i Sufi: Metà del “Cantico di Frate Sole”, sembra tratto dai poemi di Rumi, il massimo poeta islamico, afghano, fondatore della prima scuola Sufi dei Dervisci Rotanti. E il sultano, Francesco l’aveva incontrato non certo per convertirlo (una fissa della Chiesa Cattolica), ma per confrontarsi in un rapporto di amore reciproco. Pace, nella diversità: unire ciò che è stato diviso. Francesco faceva parte, dunque, di una sorta di “intelligence informale” dell’epoca: una rete che, evidentemente, condivideva conoscenze esoteriche e collaborava per l’unità sostanziale dei popoli, di là delle differenze religiose. Perché il mondo non è nostro, e noi non siamo del mondo, recita il Pater dei càtari, che sembra ispirato direttamente da Zoroastro e invita a liberarsi del “giogo” della materia. Nel mondo, ma non del mondo, è il motto dei Sufi.  Nulla possedendo, da nulla essendo posseduti, ecco in cosa credeva Francesco. Quello vero.

5. Conclusioni.

Queste idee dell’esoterismo islamico portate in ambito cristiano spiegano la duplicità dell’Ordine del Tempio, il cui cuore esoterico, simile al sufismo, si pone accanto all’aspetto esteriore della religione e per entrambi la ricerca dei segreti divini riconduce nell’alveo della Tradizione iniziatica espressa dal Graal. Il mondo islamico vede in una pietra nera, un meteorite caduto dal cielo, l’oggetto sacro che esprime la presenza di Dio nel mondo, il tramite tra uomo e Dio e in ambito cristiano o segreti divini vengono collegati a un misterioso oggetto il Graal, anch’esso pietra, ma anche vaso. Siamo viaggiatori sulla via della bellezza, dell’amore in cerca di antiche saggezzeAbbiamo come obiettivo di liberare l’umanità dai dogmi e superstizioni  attraverso la conoscenza del sé. Le ricerche, lo studio, sono come viaggi verso nuove scoperte che portano luce su alcuni aspetti. La verità? è solo una continua ricerca.

 

Fonti “San Francesco Le verità nascoste” di Gian Marco Bragadin; “I cavalieri Templari della Daga Dorata” di Gian Marco BragadinTemplari Etica edizioni, Corriere del sud, Il sole 24 ore, Adnk, Wikipedia e altri siti open source.

Autore: Francesco Garruba (Drakonero)

Guarigione e canalizzazione per ritrovare benessere attraverso la spiritualità.

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