senti mente

 

dna1Andare dove l’uomo si chiede avanzando se stesso perso in un battito infido di ali per volere ogni cosa per ogni supposizione volitiva dell’essere immateriale che egli cerca e poi piangere su se stesso sulle azioni volontarie sterili ricche di frumento marcio che non danno che danno  vuoi respirare ma cosa respiri se non conoscenza anelata da quell’essenza di essere superiore di te stesso? e senza capire perché tutto tace nel tuo respiro rendiconto se non a te o a quell’altro e io cosa centro in tutto questo peregrinare in tutto questo charme di vissuto perso a cercare fantomatiche verità uomo uomo uomo cosa sorridi se hai le lacrime secche al palato salate è dolce ricordare quando la luna perde la sua magnificenza ecco che io come per aver detto che tu lasciavi in memonica ricordo le tue o le mie parole ataviche cadi a scrivere e leggere e non sapere che ascoltare potere vivere senza indugi senza paure o timori di osservare ciò che il mondo visibile ti offre lascia cadere una lettera una parole una frase nel tuo cuore e poi vedrai che poi la vita saprà dare ciò che non è mai stato in grado di offrire che non scritte parole vuote e la scia dunque che posi la mia mano si di te io posso bene andare eterno è il cielo stelle illuminano luce no materia ma luce riscalda brucia illumina abbaia essa è biunivoca come bivalente fonte di energia non c’è verità o luce che possa risplendere senza illuminazione vessatoria è il crede che tutti siamo semi germinali di piante che frutti potrebbero dare noi aiutiamo a essere noi stessi a crescere nella luce respiro universale d’amore infinito consumi il tuo tempo e la candela piano muore osservi il lento ondeggio del fuoco essa parla risponde non vi è nulla che possa non comunicare vi è tutto che tu non possa sentire e tutto cade nell’oblio della parola del silenzio.

Spinoza: Dio è ordine geometrico del mondo.

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Spinoza nacque ad Amsterdam nel 1632 da una famiglia ebraica che era stata costretta ad abbandonare la Spagna per l’intolleranza religiosa di quel paese. Educato nella comunità israelitica di Amsterdam, fu scomunicato ed espulso per eresie pratiche e insegnate. Qualche anno dopo si stabilì a Leida e poi all’Aia dove passò il resto della sua vita.

In osservanza al precetto rabbinico, che prescrive a ogni uomo d’imparare un lavoro manuale, aveva appreso l’arte di fabbricare e pulire lenti per strumenti ottici. Questo mestiere gli dette una certa fama di ottico che precedette la sua celebrità di filosofo. Spinoza condusse una vita modesta e tranquilla.

Morì nel 1677 all’età di 44 anni.

La prima opera che Spinoza si ispirò fu un trattato su Dio, l’uomo e la sua felicità, noto con il nome di Breve trattato. Nel 1663 pubblicò i Principi di filosofia cartesiana. Pensieri metafisici.

L’opera principale di Spinoza è l’Ethica ordine geometrico demonstrata, pubblicata postuma in un volume di Opere che comprendeva, oltre l’Ethica, un Trattato politico, un Trattato sull’emendazione dell’intelletto e un certo numero di Lettere.

Nel pensiero di Spinoza convergono temi e motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate. La critica ha individuato come fonti principali:

  • Razionalismo cartesiano (la ragione ci conduce alla conoscenza del vero essere)
  • Teologia giudaico-cristiana (discorso su Dio, sul mondo)
  • Filosofia neoplatonica-naturalistica del Rinascimento (Giordano Bruno)
  • Filosofia scolastica

A questa serie di influenze bisogna poi unire la rivoluzione scientifica, che rappresentava il retroterra mentale e culturale senza di cui non si comprenderebbe il concetto spinoziano del Dio-Natura. La caratteristica di base del pensiero spinoziano è la sintesi, da esso realizzata, fra la tradizionale visione metafisico-teologica del mondo e gli esiti della nuova scienza.

Spinoza è influenzato inoltre dalla matematica, che lo impressiona per la rigorosità delle sue dimostrazioni. Così, influenzato da fonti filosofiche, religiose e scientifiche, Spinoza giunge a una nuova idea di Dio e del mondo: Dio è ordine geometrico del mondo.

Con questa idea ci propone per primo nel pensiero occidentale, una forma di panteismo naturalistico.

Nel 1661 Spinoza pubblica il Trattato sull’emendazione dell’intelletto, che è stato considerato dai critici come una sorta di “Discorso sul metodo” spinoziano, parallelo a quello di Cartesio. In realtà, in questo scritto, Spinoza rivela una concezione della filosofia come via verso la salvezza esistenziale che va ben oltre le preoccupazioni prevalentemente metodologiche-gnoseologiche di Cartesio e che lo avvicina a una certa tradizione filosofico-religiosa, dai pensatori dell’ellenismo ad Agostino.

Lo spinozismo si alimenta della ricerca di un bene vero nascendo da una delusione di fondo nei confronti dei comuni valori della vita, i beni ricercati dall’uomo sono giudicati vani perché:

  • non appagano veramente l’animo e i suoi bisogni profondi;
  • sono transeunti ed esteriori;
  • generano per lo più inquietudine e inconvenienti vari.

Comunque il filosofo non condanna i beni finiti dell’esistenza ma la loro assolutizzazione che impedisce la ricerca del bene vero. Per Spinoza il bene vero è una realtà eterna e infinita, proprio come aveva affermato Sant’Agostino, però, mentre per Agostino la realtà eterna e infinita coincide con Dio, ed è quindi trascendente, per Spinoza la realtà eterna e infinita si identifica con il cosmo (panteismo).

Il capolavoro di Spinoza, l’Ethica ordine geometrico demonstrata (Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico), è una sorta di enciclopedia delle scienze filosofiche, che tratta dei vari problemi metafisici, gnoseologici, antropologici, psicologici, morali, con particolare attenzione all’etica.

Il metodo che segue è di tipo geometrico in quanto si serve di un procedimento espositivo che si scandisce secondo definizioni, assiomi, proposizioni, dimostrazioni, corollari e delucidazioni.

Tre sono i motivi che giustificano la scelta di Spinoza:

  1. è affascinato dalla nuova scienza, in particolare dalla matematica, che ammira per il rigore delle sue argomentazioni;
  2. è convinto che il mondo sia una totalità di elementi in cui tali elementi sono concatenati secondo necessità logica e quindi “deducibili” l’uno dall’altro. Quindi posto Dio o la sostanza tutto procede necessariamente e non può non procedere, proprio come posta la natura del triangolo tutti i teoremi concernenti il triangolo procedono necessariamente e non possono non farlo. Da questo punto di vista, il metodo deduttivo della geometria è il più adatto a spiegare il mondo. La visione del mondo di Spinoza non fa altro che riproporre ciò che aveva già proposto la fisica moderna di Newton e Galileo: la natura è un insieme di leggi che regolano i rapporti causali tra i fenomeni.
  3. Il metodo geometrico permette al filosofo di rimanere oggettivo.

L’Ethica si apre con una pagina di definizioni, la più importante delle quali è la definizione di sostanza da cui deriva la metafisica di Spinoza. Interrogarsi circa la sostanza equivale a interrogarsi sull’essere, infatti nella tradizione greco-medievale (Aristotele) l’essere è la sostanza e tutte affezioni contenute in essa.

Come Aristotele, Spinoza afferma che in natura nulla è dato oltre la sostanza e le sue affezioni. Nel definire la sostanza, si rifà a Cartesio. Quest’ultimo, insistendo sull’autonomia della sostanza, e quindi sul

fatto che essa, a differenza degli accidenti, esiste di per sé, aveva finito per riferire la sostanza a Dio, realtà originaria e autosufficiente per eccellenza, che essendo causa di sé, non riceve l’esistenza da qualcos’altro. Tuttavia Cartesio non era stato completamente fedele a se stesso, poiché accanto alla sostanza prima di Dio aveva ammesso, come sostanze seconde, la res extensa e la res cogitans, intese come due realtà che per esistere hanno bisogno unicamente di Dio.

Spinoza, andando oltre Cartesio, si propone di sviluppare tutte le implicanze logiche della nozione di sostanza. Per sostanza egli intende «ciò che è in sé e per sé si concepisce, vale a dire ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formato».

Con la prima parte della formula egli intende dire che la sostanza, essendo da sé, in quanto deve unicamente a se stessa la sua esistenza, rappresenta una realtà autosussistente e autosufficiente, che per esistere con ha bisogno di altri esseri. Con la seconda parte della formula Spinoza intende dire che la nozione di sostanza, essendo concepibile soltanto per mezzo di se medesima, rappresenta un concetto che per essere pensato non ha bisogno di altri concetti. Come tale, la sostanza gode di una totale autonomia ontologica e logica.

La principale differenza tra la sostanza di Aristotele e quella di Cartesio e Spinoza è che, mentre per Aristotele la sostanza è il tode tì, ovvero l’individuo concreto per cui nel mondo le sostanze sono molteplici e gerarchicamente ordinate, per Cartesio e Spinoza la sostanza è unica.

Da questa definizione di sostanza Spinoza ricava con logica rigorosa una serie di proprietà di base che la caratterizzano:

  1. la sostanza è INCREATA, per esistere non ha bisogno di altro, essendo per natura, causa di sé;
  2. la sostanza è ETERNA, perché possiede l’esistenza, che non riceve da altro;
  3. la sostanza è INFINITA perché se fosse finita dipenderebbe da qualcos’altro e perché la sua essenza non ha limiti;
  4. la sostanza è UNICA poiché «nella sua natura non si possono dare due o più sostanze della medesima natura ossia del medesimo attributo».

Questa sostanza increata, eterna, infinita, unica non può che essere Dio o l’Assoluto di cui hanno sempre

parlato le filosofie e le religioni e della cui esistenza, Spinoza, è più che certo di quanto lo sia di ogni altra realtà.

Infatti, pensare Dio significa pensare a una realtà, che avendo in sé la propria ragion d’essere, non può non esistere.

Inoltre «noi esistiamo in noi o in un’altra cosa che esiste necessariamente», in quanto le cose o esistono per virtù propria o per mezzo di un ente necessario, che avendo in sé la causa del proprio esistere è pure la causa degli esseri contingenti.

Fin qui sembra che Spinoza, rispetto ai pensatori precedenti, sia poco originale. In realtà egli si stacca nettamente dalla metafisica occidentale in quanto ritiene che Dio e mondo costituiscono uno stesso ente poiché Dio non è fuori dal mondo, ma nel mondo, e costituisce, con esso, quell’unica realtà globale che è la Natura (Deus sive Natura, Dio ovvero la Natura).

Spinoza perviene a questo principio-chiave del suo pensiero fondandosi sull’unicità della Sostanza. Infatti se la Sostanza è unica, essa sarà come una circonferenza infinita ce ha tutto dentro di sé e nulla fuori di sé, per cui le cose del mondo saranno per forza la Sostanza o la manifestazione in atto di tale Sostanza. In tal modo Spinoza perviene a una forma di panteismo che giunge a identificare Dio o la Sostanza con la Natura.

Per esemplificare meglio il rapporto tra Dio e il mondo, Spinoza usa i concetti di “attributo” e “modo”. Gli attributi sono le qualità strutturali o essenziali della Sostanza, ed essendo quest’ultima infinita, in quanto la sua essenza è illimitata, infiniti saranno anche i suoi attributi.

Degli infinti attributi della sostanza e quindi degli infiniti volti della Natura, noi ne conosciamo soltanto due: l’estensione e il pensiero, ovvero la materia e la coscienza. Spinoza perviene agli attributi mediante una deduzione non puramente logica ma empirica.  Infatti non perviene alla dualità degli attributi partendo dalla sostanza a priori, ma egli accoglie semplicemente a posteriori che il mondo non è semplicemente pensiero, ma in parte anche materia e pari meriti che esso non è semplicemente materia, ma in parte anche pensiero.

I modi sono «ciò che è in altro per cui mezzo è pure concepito», ovvero sono i modi di essere, cioè le manifestazioni o le concretizzazioni particolari degli attributi. Spinoza distingue due tipi di modi:

  • i modi infiniti, che sono le proprietà permanenti degli attributi;
  • i modi finiti, che sono le determinazioni particolari degli attributi, vale a dire i singoli corpi e le singole menti.

Quindi la Sostanza di Spinoza è la Natura come realtà infinita ed eterna, che si manifesta in un’infinità di dimensioni (= gli attributi) e che si concretizza in un’infinita di maniere di essere (= i modi). Per cui quando Spinoza distingue tra la Natura naturante (Dio e gli attributi, considerati come causa) e la Natura naturata (l’insieme dei modi, considerati come effetto) non fa che ribadire panteisticamente che la Natura è madre e figlia di se medesima, in quanto è un’attività produttrice il cui prodotto non esiste fuori di essa, secondo lo schema di ciò che Spinoza chiama causalità transitiva, bensì in essa stessa, secondo lo schema di ciò che Spinoza definisce causalità immanente.

Gli interrogativi di base che emergono dall’Ethica sono essenzialmente due:

  1. Che cos’è la Sostanza di Spinoza?
  2. Che rapporti esistono tra la Sostanza e i suoi modi?

Per rispondere al primo interrogativo bisogna affermare che per Spinoza la Sostanza è la Natura intesa non più come potenza generatrice, come avveniva nella tradizione filosofica, ma come un ordine da cui derivano le concatenazioni necessarie tra le cose. Quindi il Dio-Natura di Spinoza è l’ordine geometrico dell’universo, cioè il sistema o l’ordine immanente delle cose. Lo spinozismo può essere per questo reputato una traduzione metafisica della nuova visione scientifica della Natura (= la natura è l’insieme delle leggi che determinano i rapporti causali tra le cose).

Per quanto riguarda il secondo problema, relativo ai rapporti tra la Sostanza e i modi, bisogna dire che Spinoza ha scartato i due modelli tradizionali: la dottrina della creazione e la dottrina dell’emanazione. Infatti la sostanza spinoziana non è ne la causa creante della metafisica cristiana, né la causa emanante della metafisica neoplatonica, né la Natura infinita che per la sua sovrabbondanza di potenza genera infiniti mondi, secondo il naturalismo di Bruno. Essa è piuttosto un ordine cosmico o un teorema eterno da cui le cose scaturiscono o «seguono» in modo necessario, esattamente come dalla definizione di triangolo «segue» che la somma degli angoli interni è uguale a due retti.

La concezione di Dio come ordine geometrico dell’universo mette Spinoza in antitesi a ogni forma di finalismo. Secondo Spinoza ammettere l’esistenza di cause finali è un pregiudizio dovuto alla costituzione dell’intelletto umano. Gli uomini ritengo tutti di agire in vista di un fine, cioè di un vantaggio o di un bene che desiderano conseguire. E poiché trovano a loro disposizione un certo numero di mezzi per conseguire i loro fini (per esempio, gli occhi per vedere, il sole per illuminare, le erbe e gli animali per nutrirsi ecc.) sono portati a considerare le cose naturali come mezzi per il raggiungimento dei loro fini. E poiché sanno che questi mezzi non sono stati da loro stessi prodotti, credono che siano stati preparati per loro uso da Dio. Nasce così il pregiudizio che la divinità produca e governi le cose per l’uso degli uomini, per legare gli uomini a sé e per essere onorata da essi. Ma, dall’altro lato, gli uomini osservano che la natura offre loro non solo agevolezze e comodità, ma anche disagi e svantaggi di ogni genere (malattie, terremoti, intemperie ecc), e credono allora che questi malanni derivano dallo sdegno della divinità per le loro mancanze nei suoi riguardi. Da tali pregiudizi ci si può liberare solo con la matematica che ha mostrato agli uomini la visione antifinalistica delle cose.

I primi tre minuti dell’universo

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La tacita curiosità insegna a osservare, a muovere i primi passi verso la sapienza e ad assaporare consapevolezza.

Da tempo immemorabile l’Egitto è stato conosciuto come il paese delle due terre: l’alto Egitto, la terra rossa e basso Egitto la terra nera, dove il terreno è fertile. Ancora oggi il 99 per cento della popolazione egiziana vivono nella terra nera.

 Il significato di questa dualità è più di un fatto geografico e demografico, è un elemento fondamentale nei primordi della cultura degli antichi egizi e trova espressione significativa nella loro religione.

A differenza della Mesopotamia, l’Egitto antico non ha sviluppato diversi potenti città-stato lungo i fiumi. L’Egitto aveva un fiume di importanza, il Nilo, e piccoli villaggi. Ognuna di queste comunità di villaggio aveva una propria mitologia, che non hanno creato tensioni tra le comunità, ma li hanno unite. La loro tendenza era, dunque, verso l’unità, senza confronti e  tensioni.

Un testo che esemplifica questo atteggiamento, tenendo conto delle antiche tradizioni, è la teologia di Memphis, registrato su La pietra di Shabaka.

La teologia Memphite assorbe le precedenti nozioni della Creazione, come quella di Ermopoli, che descrive il procedimento di creazione da otto esseri primordiali del caos che hanno abitato la melma primordiale. I quattro maschi sono rospi e i serpenti quattro femmine, formano le coppie di Nun e Naunet (materia primordiale e spazio primordiale, Kuk e Kauket (l’illimitabile e la sconfinata, Eh e Hauhet (tenebre e oscurità), Amon e Amaunet (nascosti e quelli invisibili). Questi otto portano la luce del sole e nella teologia Memphite si dice per venire alla luce da Ptah, se stesso.

Un’altra parte della mitologia Memphite prende i miti dal vecchio Regno dal Dio Horus e Seth. Queste due divinità si contendono l’autorità sopra l’Egitto. Un’altra divinità Geb, il Dio-terra, funge da mediatore, che divide il paese tra i due, quindi, cambiando il suo pensiero, dà l’intero paese a Horus. Nella teologia Memphite, il faraone Menes è identificato con Horus e Geb diventa Ptah, ma in un altro contesto mitologico Geb rappresenta il potere sulla terra, è il supremo. Egli è la collina primordiale che è il simbolo della prima creazione. Per gli egiziani la divinità della terra è maschile piuttosto che femminile.

Geb, per far finire gli scontri, nominò Seth il Re dell’alto Egitto nella terra dell’alto Egitto e Horus Re del basso Egitto in terra del basso Egitto. Successivamente, sembrava sbagliato a Geb che la porzione di Horus fosse come la parte di Seth,  così diede a Horus la sua eredità, perché egli era il figlio del suo primogenito.

Nella mitologia antica il Regno del sole Atum (o Atem) appare spesso come il primo creatore. Egli fa Shu e Tefnut (aria e umidità) da se stesso e, a loro volta, creano Geb e Nut (cielo e terra). I bambini della coppia quest’ultimo sono Osiride, Iside, Sethe e Nepthys. Le prime quattro divinità formano così il cosmo, e le quattro successive sono i mediatori tra l’uomo e il cosmo. Osiris è il simbolo del re morto, che è riuscito a dare forma a Horus. Isis è la consorte di Osiride e dopo l’omicidio di Seth, s’incarna nel suo corpo e così realizza per lui la vita eterna, suo alleato in questo ruolo è Nepthys, la consorte di Seth. Horus, figlio di Osiride e Iside, infine sconfigge Seth. Seth è associato al deserto dell’alto Egitto. Come una divinità delle nuvole, si oppose Atum, il sole.

Anche se regalità appare come il perno attorno a cui ruota la mitologia egiziana, le chiavi e i temi mitologici sono creazione, procreazione, rincarnazione e l’unità delle due terre. Il faraone temporale era solo un simbolo di questi ordini. Il potere è espresso dal sole, dalla terra e dagli animali, soprattutto bovini. Il linguaggio e i simboli del potere possono in qualsiasi momento essere tradotti da uno in un altro – ad esempio, il sole potrebbe essere descritto nel simbolismo del bestiame o della terra nel simbolismo del sole. Nella teologia del nuovo Regno, il Dio supremo era Amon-Re, un’identificazione di Tebano (e Hermopolitan)-Dio creatore Amon con il Dio del sole Ra (successore di Atum).

Dopo questa introduzione, sommaria, della teologia Memphite, occorre entrare nel concetto della Creazione dal punto di vista scientifico.

Io penso che l’universo sia infinito nel tempo e nello spazio, cioè sia sempre esistito e sempre esisterà (Margherita Hack)

Lo scopritore del Big bang fu un gesuita, Georges Lemaître e subito gli scienziati atei si opposero per motivi di natura filosofica essendo un’idea così compatibile con la Creazione. Anche Albert Einstein, che ateo non era, parlando con il gesuita astronomo disse: «Questa faccenda assomiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete». Francis Collins, il genetista che ha sequenziato del DNA umano, oggi direttore del National Institutes of Health, ha sostenuto che il Big Bang «domanda a gran voce una spiegazione divina e infatti si accorda perfettamente con l’idea di un Dio Creatore trascendente. Non riesco a capire come la natura avrebbe potuto crearsi da sé. Solo una forza al di fuori del tempo e dello spazio avrebbe potuto fare una cosa simile».  Il celebre astrofisico Allan Sandage ha evidenziato che «con le conseguenze riguardanti la possibilità che gli astronomi abbiano identificato l’evento della creazione mette veramente la cosmologia vicino al tipo di teologia naturale medioevale che ha cercato di trovare Dio identificando la causa prima» L’astrofisico Alan Lightman ha ammesso che gli scienziati “trovano sorprendente che l’universo sia stato creato in uno stato così ordinato“. E ha aggiunto che “qualsiasi teoria cosmologica valida dovrebbe offrire una spiegazione definitiva a questo problema dell’entropia“, dovrebbe cioè spiegare come mai l’universo non è diventato caotico. Alla luce delle prove esistenti è assolutamente ragionevole, addirittura scientifico, credere che siamo il risultato di un progetto intelligente. In ultima analisi è l’evoluzione, non la creazione, a richiedere una grossa dose di fede cieca e a pretendere che si creda nei miracoli senza nessuno che li faccia.

Dalla teologia Memphite:

“Così si dice di Ptah: “Colui che ha reso tutto e creò dei”. E lui è Tatenen, che ha dato vita agli dèi e dal quale ogni cosa è venuto avanti, alimenti, disposizioni, divine offerte, tutte le cose buone. Così è riconosciuto e capito che lui è il più potente degli dèi. Così Ptah era soddisfatto dopo che aveva fatto tutte le cose e tutte le parole divine. ”

Scienza e religione si sono sempre scontrate con la creazione dell’Universo, forse solo con la Cabala si ha un confronto sereno. L’Universo è stato creato per mezzo della Legge del Numero, della Misura e del Peso; le Matematiche formano l’Universo, i Numeri sono delle entità viventi. Chi penetra in Chesed, il Mondo dello Spirito, puro e ineffabile, può verificare che in questa regione tutto si riduce a numeri, è una regione terribilmente reale. In questo mondo non vediamo le cose così come sono, ma le immagini delle cose.

 

Riflessioni martiniste

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Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. La costituzione antropica è tale, che l’espressione interna dell’anima cerca, allo stesso tempo, una manifestazione corporea.
Il rituale di apertura dei lavori esoterici, si avvale di simboli, segni e vibrazioni mediante i quali l’anima umana è sollecitata ad azioni spirituali che la uniscono a Dio.
Abbiamo quindi bisogno di segni visibili e sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. Essendo creature corporee, comunichiamo con segni esterni che diventano atti interni spirituali. In questa prospettiva, si mette in luce anche l’importanza dei gesti e atteggiamenti nel rito che portano al riconoscimento di Dio e della Sua sacra presenza per sollecitare i partecipanti ai lavori a una risposta di riverenza e devozione.
Platone definisce l’anima come forma sostanziale del corpo ed elabora la teoria “Ilemorfica”, per la quale ogni ente è composto di una forma – che è la sua attualità e si esprime nella definizione – e di una materia l’elemento potenziale suscettibile di ricevere una forma.
Con la dottrina dell’ilemorfismo universale, secondo la quale ogni aspetto della realtà è forma e materia: il corpo non è solo materia ma anche forma (forma della corporeità) e l’anima, come le intelligenze celesti, ha una materia in sé, esseri reali rivestiti come noi della forma sensibile.
San Tommaso respinge la teoria dei neoplatonici agostiniani che attribuivano all’anima umana e angelica una specie di materia spirituale e ribadisce la purezza della forma sostanziale aristotelica, anche se, egli aggiunge, la materia ha una sua caratteristica particolare, come materia signata di accogliere in sé la forma o l’anima, che è poi pienamente realizzata come attuale solo in Dio, mentre nell’uomo conserva ancora un elemento di potenzialità e limitatezza.
In altre parole è depositario delle virtù prime che l’uomo ha perduto.
L’uomo era un tempo un essere spirituale. E’ sceso sulla terra allorché privato delle sue ali spirituali e fu avvolto in un corpo sensibile. Immerso nella sua fisicità l’uomo non è in grado di ricongiungersi al Principio, ma è destinato a liberarsi di questo corpo fisico, per risalire di nuovo nei mondi dell’anima e dello spirito. Se noi indagassimo sull’interiorità umana, anziché aspettare la morte fisica, verremo a conoscere lo spirito e l’anima dell’uomo così com’era allora, quando nacque dal grembo del mondo spirituale.
Ecco, la mente dell’uomo si riscopre come strumento per sceverare tutti i misteri della creazione
e cerca incessantemente intorno a sé.
L’uomo, per Louise Cloude de S. Martin, è la somma di tutti i problemi. È lui stesso un problema, l’enigma degli enigmi. Non si può comprendere l’uomo per mezzo della natura, ma la natura per mezzo dell’uomo. Louis Claude de Saint Martin invita l’uomo a considerare se stesso e ad analizzare la realtà che avrà scoperto in tal modo. Così l’uomo scoprirà il suo vero rango e percepirà l’armonia del mondo secondo il famoso adagio di Delfo. «Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei!». L’uomo, malgrado la sua degradazione porta sempre con sé evidenti i segni della sua origine divina. Incatenato sulla terra come Prometeo, esiliato dal suo regno, quale fine si potrà proporre se non quella della reintegrazione.
Questa è la reintegrazione: una ricostruzione dell’uomo nella sua forma originale, unitaria, così com’era prima della caduta.

Dall’accensione del candelabro a tre luci diverse, il Trilume, noi arriviamo alla comprensione, e a ricordarci, del grande principio unico che è l’Assoluto. Le tre luci non danno che un’unica luce.
Tutto riconduce alla lettera ebraica Aleph, simbolo dell’uomo e di Dio.
Aleph segna la soglia tra il manifesto e l’inconoscibile, tra il segreto e il risvelato, fra il potenziale e l’attuale.
Rappresenta la figura di un uomo che guarda il cielo e la terra, per significare che il mondo inferiore è specchio e mappa di quello superiore.
Sottolinea l’importanza dello studio della verità esoterica che secondo il pensiero ebraico è il più nobile che l’essere umano possa compiere.
Aleph è il numero 1, l’unità assoluta di Dio, e nell’uomo, il numero “Uno” si riferisce al valore prezioso dell’individualità realizzata e dell’unicità dell’anima umana.
L’Uno è la base e la chiave di ogni altro numero. L’unità di Dio è però un fatto che trascende ogni concetto matematico. È l’unificazione di tutte le varie unità. Ogni parte (anima) contiene il tutto (Dio), ciò nonostante il tutto (Dio) trascende la somma delle parti, e nessuna anima da sola potrà mai esaurire la conoscenza dell’infinita perfezione divina.

occhi neri grandi profondi

il_fullxfull_440580217_ht4rOcchi grandi neri profondi come per cercare luce nell’oscurità ma essa è luminescente nel profondo del cuore la luce nasce dalle tenebre e dalle tenebre la luce dell’anima sottile la luce della candela come sole esausto al tramonto non ci sono profani nella natura eterna la ricerca di noi stessi riuscire a incontrare Dio e i propri cari passati Condizione è innalzarsi verso l’alto nulla può oscurare la luce la paura è umana non divina trova il divino che c’è in te e come un canto liberatorio le preghiere rendono anime sensibili come se il tempo si fermasse l’amore è energia che innalza i nostri pensieri corrotti da vizi ammaliati dalla materialità della vita cediamo a soluzione ingannatrice della vita i sogni i traguardi illusori della vita li senti nel cuore? Se non le fatiche della nostra continua ricerca abbiamo realmente bisogno? Il segreto della vita è amare tutto ciò che è creato anche noi siamo scintille riflesse umane egli è dimora nei nostri cuori è respiro di vita eterna come in cielo così in terra non puoi sentire ascoltare toccare ma emana forza calore energia come una candela non brucia aria ma illumina d’amore la vita è il profumo debole di cera che lentamente cade e segna il suo passaggio lungo la retta come un uomo segna il suo passo si debole si costante per poi scendere o risalire lungo la linea del destino e infrangersi per poi rigenerarsi e crescere.

® Riproduzione consentita con citazione della fonte.

Invito ad ascoltare: Qohelet.

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Gianfranco Ravasi mi fece incontrare Qohelet nel 1988. Di ritorno dal mio lungo viaggio, ero in cerca di risposte sul senso della vita e su Dio. Quel Dio che mi rispedì nuovamente sulla terra per completare la mia reintegrazione.

Qohelet si presentò come l’ultimo Re del regno unificato di Giuda e Israele, Salomone. Ma avevo contezza che a Gerusalemme, in quel periodo, si era soliti attribuire opere letterarie a personaggi storici considerati sapienti. E chi meglio di Salomone, archetipo dei sapienti d’Israele, poteva rappresentare la saggezza che gli fu data direttamente da Dio? Dio disse a Salomone: poiché tu non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma l’intelligenza e la saggezza per agire con giustizia, io agirò attraverso le tue parole e ti darò un cuore saggio e intelligente per poter discernere ciò ch’è giusto.

E così accolsi Salomone e ascoltai le parole di quest’opera più originale e scandalosa dell’Antico Testamento, come la definì Ravasi.

Il Qoelet o Ecclesiaste è scritto in ebraico con alcune risonanze in aramaico e fa parte dei dodici libri sapienziali dell’Antico Testamento, detti Scritti o Agiografi. Il titolo completo dell’opera è Parole di Qoèlet.

Io, Qoèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme. L’autore si presenta identificandosi con Salomone, ma non c’è accordo tra gli studiosi liberali e quelli conservatori, i primi negano la paternità al re d’Israele, mentre i secondi glielo attribuiscono. L’autore potrebbe essere anche uno scriba, votato all’insegnamento e allo studio. Qohelet comunque è un pseudonimo.

Il termine ebraico Qoèlet fa riferimento a un’assemblea (qahal), ma non si sa bene a quale tipo di assemblea si riferisca (liturgica, d’insegnamento, di popolo), né come vada interpretato (colui/colei che riunisce l’assemblea, o che parla all’assemblea, o che presiede l’assemblea). Essendo la radice ebraica declinata al femminile, qualcuno ha visto in questo poeta anonimo la figura di una donna.

Anche per quanto riguarda la datazione si possono fare solo delle ipotesi. Il libro è stato scritto intorno al 250-200 a.C. durante la dominazione dei Tolomei (successori di Alessandro Magno) che per tutto il terzo secolo prima di Cristo hanno cercato di globalizzare il mondo di allora imponendo la cultura greca (ellenismo), una lingua comune (koinè) e il loro modo di vivere.

L’intenzione di Qohelet è quello di aiutare gli israeliti a non lasciarsi prendere dal benessere della cultura ellenistica, (durante la dinastia tolemaica), e di non guardare con  nostalgia al tempo in cui Israele era grande con Salomone, perché l’estasi – il godere giustamente delle cose presenti – sta nel vivere alla presenza di Dio, a cui seguirà la ricompensa eterna nell’aldilà.

Le riflessioni di Qohelet sono le riflessioni di un credente che si allontana da Dio e non quelle di uno che non l’ha mai conosciuto. Per il credente, infatti, una volta conosciuto Dio e aver goduto della sua gloria, una volta allontanatosi, tutto diventa inutile, una vanità. Ed è il tema principale, la vanità di tutte le cose.

Il proposito che mi arriva, ascoltando la voce di Michele Placido che interpreta Qohelet, è quello di far risaltare la gloria del Signore rispetto all’ignoranza e alla limitatezza dell’uomo. L’autore cerca attraverso una profonda ricerca, di capire se c’è un’elevazione morale o progresso, per l’uomo lontano dal suo Creatore ed è costretto ad affermare che nessun bene creato può soddisfare in pieno l’anima.

Qohelet è un’opera che ha ispirato svariati artisti: Johannes Brahms, Robert Schumann, Pete Seeger (cantante folk statunitense) e anche il nostro cantautore Angelo Branduardi, nonché Petrarca e lo scrittore Luther Blissett.

Gli ebrei leggono il Qohelet durante la festa di Sukkot, una festa di pellegrinaggio della durata di otto giorni. Ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto durante il loro viaggio verso la terra promessa, la terra di Israele. Durante il loro pellegrinaggio nel deserto vivevano in capanne (sukot). Sukot è la terza festa di pellegrinaggio durante cui tutti gli ebrei maschi sono obbligati a compiere un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Si configura come un ringraziamento per i frutti del raccolto, poiché rappresenta la fine dei raccolti è considerata come un ringraziamento a Dio per la Natura, per i frutti che ha donato nell’anno trascorso.

L’ultimo capitolo, il dodicesimo, è quello che più mi ispira. I versi descrivono il declino dell’uomo nel tempo che si sta esaurendo.

Ricordati del tuo creatore
nei giorni della tua giovinezza,
prima che vengano i giorni tristi
e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»;

prima che si oscurino il sole,
la luce, la luna e le stelle
e tornino ancora le nubi dopo la pioggia;

quando tremeranno i custodi della casa
e si curveranno i gagliardi
e cesseranno di lavorare le donne che macinano,
perché rimaste poche,
e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

e si chiuderanno i battenti sulla strada;
quando si abbasserà il rumore della mola
e si attenuerà il cinguettio degli uccelli
e si affievoliranno tutti i toni del canto;

quando si avrà paura delle alture
e terrore si proverà nel cammino;
quando fiorirà il mandorlo
e la locusta si trascinerà a stento
e il cappero non avrà più effetto,
poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna
e i piagnoni si aggirano per la strada;

prima che si spezzi il filo d’argento
e la lucerna d’oro s’infranga
e si rompa l’anfora alla fonte
e la carrucola cada nel pozzo,

e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato.


Per Qohelet la vecchiaia è come un lungo inverno al quale non segue più la primavera, ma la fine di tutto e la discesa nella tomba.

Una grande tristezza emana questo capitolo che descrive la fine del vecchio signore e della sua casa, con il filo d’argento della vita che si spezza per sempre.

Quando l’uomo muore il suo corpo ritorna alla terra dalla quale è venuto e il suo spirito ritorna a Dio che glielo aveva dato in prestito. Di più Qohelet non sa dire e non si aspetta. Così la grande forza poetica di queste immagini suggella la terribile affermazione che fa da filo conduttore a tutto il libro: Vanità delle vanità, dice Qohelet, tutto è vanità!

Ma Qohelet presenta in maniera occulta il significato della morte e della rinascita che ritroviamo ance all’interno di un percorso iniziatico.

Qui è racchiuso il segreto dell’eternità, il ciclo continuo della vita: si nasce, si muore e si rinasce.

Se non viviamo nella luce, con gli occhi e la mente di un bambino, non supereremo i momenti bui e scuri della vita e periremo.

La morte è una livella e in questa lotta tra vita e morte, per far vincere la vita dobbiamo credere nel cresatore, nella rinascita.

® Riproduzione consentita con citazione della fonte.

Sia fatta la mia volontà

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C’è un’energia creatrice nell’uomo la Volontà.  Essa è la vera forza motrice di tutto l’universo e si manifesta con la stessa intensità a prescindere dal piano in cui si genera.

Di origine divina o umana è imprescindibile nella magia. Senza volontà l’umana umanità non si evolverebbe e Dio non si manifesterebbe.

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Giuseppe Mazzini – Doveri dell’uomo (1860)

Mdownloadigliorare voi stessi ed altrui: è questo il primo intento ed è la suprema speranza d’ogni riforma, d’ogni mutamento sociale. Non si cangiano le sorti dell’uomo, rintonacando, abbellendo la casa dov’egli abita: dove non respira un’anima d’uomo ma un corpo di schiavo, tutte le riforme sono inutili; la casa rabbellita, addobbata con lusso, è sepolcro imbiancato, e non altro. Voi non indurrete mai la Società alla quale appartenete a sostituire il sistema d’associazione a quello del salario, se non provandole che l’associazione sarà tra voi stromento di produzione migliorata e di prosperità collettiva. E non proverete questo, se non mostrandovi capaci di fondare e mantenere l’associazione coll’onestà, coll’amore reciproco, col sacrificio, coll’affetto al lavoro.

Per progredire, vi conviene mostrarvi capaci di progredire.

Ascolto

 

cropped-cropped-fiamma-viola1Luce e calore energia divina d’amore non è non c’è è essere è l’ascolto ascolto non è manifestazione a dire la mia presenza essa è nel tuo cuore anima i pensieri mi ritroverai essa è la luce che illumina e riscalda l’aminica è coscienza divina ascoltare pensieri che restano catturati dal te supremo ed esso parlò nel silenzio e rispose alle domande dei saggi esso non poté fare a meno di ascoltare la sua luce e loderà una nenia che la madre disse a se stessa lascia dunque questo calice ed esso sorrise e andò via dove andare ma esso non poté rispondere questioni di anime divine esso è cuore limpido e si distrusse apri dunque le tue mani conoscerai la verità ascolterai le parole ma nulla potrai ricordare o dire esso tu potrai quando tornerai luce divina conoscenza conoscerai ma ora la tua missione è condurre illuminare e nulla ti verrà detto tutto dovrai ricordare.

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Ricettatori di segnali divini

Nessun corpo potrà respirare vedere attraverso lo spioncino di una porta la vita egli si alzò in volo per veder dall’alto e l’ultimo respiro brucia e spegne e la paura non c’è non esiste più egli aprì le mani e ricevette un cuore spinato nulla valsero le preghiere egli non rispose egli sorrise alla domanda e perdonò l’apparente ignoranza gli errori non esistono non sono errori libera da pensieri maligni che inducono la coscienza a chiudere occhi dare amore vivere nell’amore non è facile né puoi capire il vero significato guarda la luce della candela le verità non celate non veritiere mascherate dall’uomo che cerca risposte infinite ma non comprende che egli è verità che poi ad esso verrà come pioggia cadrà e nulla potrà salvare da se stesso così la paura di non cercare in se stesso quando la paura ha l’uomo del proprio sguardo egli è sereno quando la sua anima è aperta a Dio noi siamo ricettatori di segnali luminosi di energia di infinito ma è dio a parlare tramite esso simboli numeri lettere sono segnali divini ascoltiamo le nostre parole senza apparente senso logico ma ricche di divina saggezza Dio c’è come aria c’è come sole c’è luce e calore il dono la verità la vita.

 

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