Riflessioni martiniste

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Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. La costituzione antropica è tale, che l’espressione interna dell’anima cerca, allo stesso tempo, una manifestazione corporea.
Il rituale di apertura dei lavori esoterici, si avvale di simboli, segni e vibrazioni mediante i quali l’anima umana è sollecitata ad azioni spirituali che la uniscono a Dio.
Abbiamo quindi bisogno di segni visibili e sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. Essendo creature corporee, comunichiamo con segni esterni che diventano atti interni spirituali. In questa prospettiva, si mette in luce anche l’importanza dei gesti e atteggiamenti nel rito che portano al riconoscimento di Dio e della Sua sacra presenza per sollecitare i partecipanti ai lavori a una risposta di riverenza e devozione.
Platone definisce l’anima come forma sostanziale del corpo ed elabora la teoria “Ilemorfica”, per la quale ogni ente è composto di una forma – che è la sua attualità e si esprime nella definizione – e di una materia l’elemento potenziale suscettibile di ricevere una forma.
Con la dottrina dell’ilemorfismo universale, secondo la quale ogni aspetto della realtà è forma e materia: il corpo non è solo materia ma anche forma (forma della corporeità) e l’anima, come le intelligenze celesti, ha una materia in sé, esseri reali rivestiti come noi della forma sensibile.
San Tommaso respinge la teoria dei neoplatonici agostiniani che attribuivano all’anima umana e angelica una specie di materia spirituale e ribadisce la purezza della forma sostanziale aristotelica, anche se, egli aggiunge, la materia ha una sua caratteristica particolare, come materia signata di accogliere in sé la forma o l’anima, che è poi pienamente realizzata come attuale solo in Dio, mentre nell’uomo conserva ancora un elemento di potenzialità e limitatezza.
In altre parole è depositario delle virtù prime che l’uomo ha perduto.
L’uomo era un tempo un essere spirituale. E’ sceso sulla terra allorché privato delle sue ali spirituali e fu avvolto in un corpo sensibile. Immerso nella sua fisicità l’uomo non è in grado di ricongiungersi al Principio, ma è destinato a liberarsi di questo corpo fisico, per risalire di nuovo nei mondi dell’anima e dello spirito. Se noi indagassimo sull’interiorità umana, anziché aspettare la morte fisica, verremo a conoscere lo spirito e l’anima dell’uomo così com’era allora, quando nacque dal grembo del mondo spirituale.
Ecco, la mente dell’uomo si riscopre come strumento per sceverare tutti i misteri della creazione
e cerca incessantemente intorno a sé.
L’uomo, per Louise Cloude de S. Martin, è la somma di tutti i problemi. È lui stesso un problema, l’enigma degli enigmi. Non si può comprendere l’uomo per mezzo della natura, ma la natura per mezzo dell’uomo. Louis Claude de Saint Martin invita l’uomo a considerare se stesso e ad analizzare la realtà che avrà scoperto in tal modo. Così l’uomo scoprirà il suo vero rango e percepirà l’armonia del mondo secondo il famoso adagio di Delfo. «Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei!». L’uomo, malgrado la sua degradazione porta sempre con sé evidenti i segni della sua origine divina. Incatenato sulla terra come Prometeo, esiliato dal suo regno, quale fine si potrà proporre se non quella della reintegrazione.
Questa è la reintegrazione: una ricostruzione dell’uomo nella sua forma originale, unitaria, così com’era prima della caduta.

Dall’accensione del candelabro a tre luci diverse, il Trilume, noi arriviamo alla comprensione, e a ricordarci, del grande principio unico che è l’Assoluto. Le tre luci non danno che un’unica luce.
Tutto riconduce alla lettera ebraica Aleph, simbolo dell’uomo e di Dio.
Aleph segna la soglia tra il manifesto e l’inconoscibile, tra il segreto e il risvelato, fra il potenziale e l’attuale.
Rappresenta la figura di un uomo che guarda il cielo e la terra, per significare che il mondo inferiore è specchio e mappa di quello superiore.
Sottolinea l’importanza dello studio della verità esoterica che secondo il pensiero ebraico è il più nobile che l’essere umano possa compiere.
Aleph è il numero 1, l’unità assoluta di Dio, e nell’uomo, il numero “Uno” si riferisce al valore prezioso dell’individualità realizzata e dell’unicità dell’anima umana.
L’Uno è la base e la chiave di ogni altro numero. L’unità di Dio è però un fatto che trascende ogni concetto matematico. È l’unificazione di tutte le varie unità. Ogni parte (anima) contiene il tutto (Dio), ciò nonostante il tutto (Dio) trascende la somma delle parti, e nessuna anima da sola potrà mai esaurire la conoscenza dell’infinita perfezione divina.

occhi neri grandi profondi

il_fullxfull_440580217_ht4rOcchi grandi neri profondi come per cercare luce nell’oscurità ma essa è luminescente nel profondo del cuore la luce nasce dalle tenebre e dalle tenebre la luce dell’anima sottile la luce della candela come sole esausto al tramonto non ci sono profani nella natura eterna la ricerca di noi stessi riuscire a incontrare Dio e i propri cari passati Condizione è innalzarsi verso l’alto nulla può oscurare la luce la paura è umana non divina trova il divino che c’è in te e come un canto liberatorio le preghiere rendono anime sensibili come se il tempo si fermasse l’amore è energia che innalza i nostri pensieri corrotti da vizi ammaliati dalla materialità della vita cediamo a soluzione ingannatrice della vita i sogni i traguardi illusori della vita li senti nel cuore? Se non le fatiche della nostra continua ricerca abbiamo realmente bisogno? Il segreto della vita è amare tutto ciò che è creato anche noi siamo scintille riflesse umane egli è dimora nei nostri cuori è respiro di vita eterna come in cielo così in terra non puoi sentire ascoltare toccare ma emana forza calore energia come una candela non brucia aria ma illumina d’amore la vita è il profumo debole di cera che lentamente cade e segna il suo passaggio lungo la retta come un uomo segna il suo passo si debole si costante per poi scendere o risalire lungo la linea del destino e infrangersi per poi rigenerarsi e crescere.

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Invito ad ascoltare: Qohelet.

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Gianfranco Ravasi mi fece incontrare Qohelet nel 1988. Di ritorno dal mio lungo viaggio, ero in cerca di risposte sul senso della vita e su Dio. Quel Dio che mi rispedì nuovamente sulla terra per completare la mia reintegrazione.

Qohelet si presentò come l’ultimo Re del regno unificato di Giuda e Israele, Salomone. Ma avevo contezza che a Gerusalemme, in quel periodo, si era soliti attribuire opere letterarie a personaggi storici considerati sapienti. E chi meglio di Salomone, archetipo dei sapienti d’Israele, poteva rappresentare la saggezza che gli fu data direttamente da Dio? Dio disse a Salomone: poiché tu non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma l’intelligenza e la saggezza per agire con giustizia, io agirò attraverso le tue parole e ti darò un cuore saggio e intelligente per poter discernere ciò ch’è giusto.

E così accolsi Salomone e ascoltai le parole di quest’opera più originale e scandalosa dell’Antico Testamento, come la definì Ravasi.

Il Qoelet o Ecclesiaste è scritto in ebraico con alcune risonanze in aramaico e fa parte dei dodici libri sapienziali dell’Antico Testamento, detti Scritti o Agiografi. Il titolo completo dell’opera è Parole di Qoèlet.

Io, Qoèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme. L’autore si presenta identificandosi con Salomone, ma non c’è accordo tra gli studiosi liberali e quelli conservatori, i primi negano la paternità al re d’Israele, mentre i secondi glielo attribuiscono. L’autore potrebbe essere anche uno scriba, votato all’insegnamento e allo studio. Qohelet comunque è un pseudonimo.

Il termine ebraico Qoèlet fa riferimento a un’assemblea (qahal), ma non si sa bene a quale tipo di assemblea si riferisca (liturgica, d’insegnamento, di popolo), né come vada interpretato (colui/colei che riunisce l’assemblea, o che parla all’assemblea, o che presiede l’assemblea). Essendo la radice ebraica declinata al femminile, qualcuno ha visto in questo poeta anonimo la figura di una donna.

Anche per quanto riguarda la datazione si possono fare solo delle ipotesi. Il libro è stato scritto intorno al 250-200 a.C. durante la dominazione dei Tolomei (successori di Alessandro Magno) che per tutto il terzo secolo prima di Cristo hanno cercato di globalizzare il mondo di allora imponendo la cultura greca (ellenismo), una lingua comune (koinè) e il loro modo di vivere.

L’intenzione di Qohelet è quello di aiutare gli israeliti a non lasciarsi prendere dal benessere della cultura ellenistica, (durante la dinastia tolemaica), e di non guardare con  nostalgia al tempo in cui Israele era grande con Salomone, perché l’estasi – il godere giustamente delle cose presenti – sta nel vivere alla presenza di Dio, a cui seguirà la ricompensa eterna nell’aldilà.

Le riflessioni di Qohelet sono le riflessioni di un credente che si allontana da Dio e non quelle di uno che non l’ha mai conosciuto. Per il credente, infatti, una volta conosciuto Dio e aver goduto della sua gloria, una volta allontanatosi, tutto diventa inutile, una vanità. Ed è il tema principale, la vanità di tutte le cose.

Il proposito che mi arriva, ascoltando la voce di Michele Placido che interpreta Qohelet, è quello di far risaltare la gloria del Signore rispetto all’ignoranza e alla limitatezza dell’uomo. L’autore cerca attraverso una profonda ricerca, di capire se c’è un’elevazione morale o progresso, per l’uomo lontano dal suo Creatore ed è costretto ad affermare che nessun bene creato può soddisfare in pieno l’anima.

Qohelet è un’opera che ha ispirato svariati artisti: Johannes Brahms, Robert Schumann, Pete Seeger (cantante folk statunitense) e anche il nostro cantautore Angelo Branduardi, nonché Petrarca e lo scrittore Luther Blissett.

Gli ebrei leggono il Qohelet durante la festa di Sukkot, una festa di pellegrinaggio della durata di otto giorni. Ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto durante il loro viaggio verso la terra promessa, la terra di Israele. Durante il loro pellegrinaggio nel deserto vivevano in capanne (sukot). Sukot è la terza festa di pellegrinaggio durante cui tutti gli ebrei maschi sono obbligati a compiere un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Si configura come un ringraziamento per i frutti del raccolto, poiché rappresenta la fine dei raccolti è considerata come un ringraziamento a Dio per la Natura, per i frutti che ha donato nell’anno trascorso.

L’ultimo capitolo, il dodicesimo, è quello che più mi ispira. I versi descrivono il declino dell’uomo nel tempo che si sta esaurendo.

Ricordati del tuo creatore
nei giorni della tua giovinezza,
prima che vengano i giorni tristi
e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»;

prima che si oscurino il sole,
la luce, la luna e le stelle
e tornino ancora le nubi dopo la pioggia;

quando tremeranno i custodi della casa
e si curveranno i gagliardi
e cesseranno di lavorare le donne che macinano,
perché rimaste poche,
e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

e si chiuderanno i battenti sulla strada;
quando si abbasserà il rumore della mola
e si attenuerà il cinguettio degli uccelli
e si affievoliranno tutti i toni del canto;

quando si avrà paura delle alture
e terrore si proverà nel cammino;
quando fiorirà il mandorlo
e la locusta si trascinerà a stento
e il cappero non avrà più effetto,
poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna
e i piagnoni si aggirano per la strada;

prima che si spezzi il filo d’argento
e la lucerna d’oro s’infranga
e si rompa l’anfora alla fonte
e la carrucola cada nel pozzo,

e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato.


Per Qohelet la vecchiaia è come un lungo inverno al quale non segue più la primavera, ma la fine di tutto e la discesa nella tomba.

Una grande tristezza emana questo capitolo che descrive la fine del vecchio signore e della sua casa, con il filo d’argento della vita che si spezza per sempre.

Quando l’uomo muore il suo corpo ritorna alla terra dalla quale è venuto e il suo spirito ritorna a Dio che glielo aveva dato in prestito. Di più Qohelet non sa dire e non si aspetta. Così la grande forza poetica di queste immagini suggella la terribile affermazione che fa da filo conduttore a tutto il libro: Vanità delle vanità, dice Qohelet, tutto è vanità!

Ma Qohelet presenta in maniera occulta il significato della morte e della rinascita che ritroviamo ance all’interno di un percorso iniziatico.

Qui è racchiuso il segreto dell’eternità, il ciclo continuo della vita: si nasce, si muore e si rinasce.

Se non viviamo nella luce, con gli occhi e la mente di un bambino, non supereremo i momenti bui e scuri della vita e periremo.

La morte è una livella e in questa lotta tra vita e morte, per far vincere la vita dobbiamo credere nel cresatore, nella rinascita.

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Sia fatta la mia volontà

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C’è un’energia creatrice nell’uomo la Volontà.  Essa è la vera forza motrice di tutto l’universo e si manifesta con la stessa intensità a prescindere dal piano in cui si genera.

Di origine divina o umana è imprescindibile nella magia. Senza volontà l’umana umanità non si evolverebbe e Dio non si manifesterebbe.

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Giuseppe Mazzini – Doveri dell’uomo (1860)

Mdownloadigliorare voi stessi ed altrui: è questo il primo intento ed è la suprema speranza d’ogni riforma, d’ogni mutamento sociale. Non si cangiano le sorti dell’uomo, rintonacando, abbellendo la casa dov’egli abita: dove non respira un’anima d’uomo ma un corpo di schiavo, tutte le riforme sono inutili; la casa rabbellita, addobbata con lusso, è sepolcro imbiancato, e non altro. Voi non indurrete mai la Società alla quale appartenete a sostituire il sistema d’associazione a quello del salario, se non provandole che l’associazione sarà tra voi stromento di produzione migliorata e di prosperità collettiva. E non proverete questo, se non mostrandovi capaci di fondare e mantenere l’associazione coll’onestà, coll’amore reciproco, col sacrificio, coll’affetto al lavoro.

Per progredire, vi conviene mostrarvi capaci di progredire.

Ascolto

 

cropped-cropped-fiamma-viola1Luce e calore energia divina d’amore non è non c’è è essere è l’ascolto ascolto non è manifestazione a dire la mia presenza essa è nel tuo cuore anima i pensieri mi ritroverai essa è la luce che illumina e riscalda l’aminica è coscienza divina ascoltare pensieri che restano catturati dal te supremo ed esso parlò nel silenzio e rispose alle domande dei saggi esso non poté fare a meno di ascoltare la sua luce e loderà una nenia che la madre disse a se stessa lascia dunque questo calice ed esso sorrise e andò via dove andare ma esso non poté rispondere questioni di anime divine esso è cuore limpido e si distrusse apri dunque le tue mani conoscerai la verità ascolterai le parole ma nulla potrai ricordare o dire esso tu potrai quando tornerai luce divina conoscenza conoscerai ma ora la tua missione è condurre illuminare e nulla ti verrà detto tutto dovrai ricordare.

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Ricettatori di segnali divini

Nessun corpo potrà respirare vedere attraverso lo spioncino di una porta la vita egli si alzò in volo per veder dall’alto e l’ultimo respiro brucia e spegne e la paura non c’è non esiste più egli aprì le mani e ricevette un cuore spinato nulla valsero le preghiere egli non rispose egli sorrise alla domanda e perdonò l’apparente ignoranza gli errori non esistono non sono errori libera da pensieri maligni che inducono la coscienza a chiudere occhi dare amore vivere nell’amore non è facile né puoi capire il vero significato guarda la luce della candela le verità non celate non veritiere mascherate dall’uomo che cerca risposte infinite ma non comprende che egli è verità che poi ad esso verrà come pioggia cadrà e nulla potrà salvare da se stesso così la paura di non cercare in se stesso quando la paura ha l’uomo del proprio sguardo egli è sereno quando la sua anima è aperta a Dio noi siamo ricettatori di segnali luminosi di energia di infinito ma è dio a parlare tramite esso simboli numeri lettere sono segnali divini ascoltiamo le nostre parole senza apparente senso logico ma ricche di divina saggezza Dio c’è come aria c’è come sole c’è luce e calore il dono la verità la vita.

 

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Rito d’iniziazione.

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Il rito d’iniziazione è ricorrente nella cultura letteraria ed esoterica.  E’ un complesso di pratiche e cerimonie attraverso le quali un individuo passa da una condizione a un’altra, o assume particolari poteri e privilegi. Circoncisione‎, avulsione degli incisivi, scarificazione, battesimo, Pidyon haben, punciuta, etc. sono rituali iniziatici che decretano la nuova condizione. Ed è assistendo a un’iniziazione che mi sono chiesto: è davvero il Divino che scende sull’iniziato o solo condizionamento?

Nelle sette, le tecniche di suggestione sono fondamentali nel reclutare nuovi adepti.  La manipolazione psic
ologica non ricorre quasi mai a metodi costrittivi in forma esplicita. I responsabili delle associazioni o sette, individuano le debolezze delle persone e offrono possibilità allettanti per risolvere i loro problemi.  Nei neo-adepti risalta sempre la sensazione di aver trovato finalmente una guida che ha poteri e conoscenze singolari e che li potrà aiutare a risolvere i problemi, siano essi di natura esistenziale, psicologico e materiale.

In massoneria non s’individuano le debolezze, ma si scandagliano le potenziali virtù del neofito e gli sarà indicata la via del Conosci te stesso. Ciò gli permetterà di ridestare – se non di scoprire – i processi assopiti d’introspezione e assimilazione interiore.  Un’educazione alla meditazione che, rimosso il velo delle superstizioni e dogmi religiosi, permette di vedere in profondità e insegna a vivere in armonia con se stessi e gli altri, fuori e dentro il Tempio. E’ come se si aprisse una strada che porta l’attenzione dalla mente al cuore, toccando l’anima e lo spirito.

Tornando alla mia domanda,  ho compreso che non è il Divino a scendere sull’iniziato, ma è l’iniziato che sale verso il divino, perché Egli è già in noi.  Il rito d’iniziazione è solo un momento, di morte e rinascita, che ti pone davanti alla scritta del Tempio: Conosci te stesso.  Solo attraversando il Tempio, lungo la via verso la Verità, conoscerai te stesso e potrai vedere con occhi divini ciò che l’uomo, il profano, non vede.

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Louis-Claude de Saint-Martin

“I poteri divini dell’Azione vivente in noi, tendono niente meno che ad aprire il nostro centro interiore della nostra anima a tutti i “fratelli” passati, presenti e futuri, per stringere, tutti insieme, il Patto col Divino, e finalmente schiuderci tutti i tesori spirituali e naturali sparsi in ogni regione; e restituirci, per così dire, l’Azione delle cose. In questo mondo ci sono tanti uomini senza intelligenza, proprio perché ce n’è sono pochi che lavorano a diventare realmente capaci d’Azione. Con l’irrompere dello Spirito Universale in noi, e con lo slancio del nostro Spirito, che possiamo arrivare ad essere capaci d’Azione. Con questo slancio abbandoniamo ogni principio dei gusci, quelli che ci permettono di manifestare le sue proprietà, slancio che opera in noi quello che il ‘soffio’ opera negli animali, o quello che l’aria opera nella natura.”

Louis-Claude de Saint-Martinmichelangelo_adao

Spinoza e Dio

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La concezione di Dio come ordine geometrico dell’universo mette Spinoza in antitesi a ogni forma di finalismo. Secondo Spinoza ammettere l’esistenza di cause finali è un pregiudizio dovuto alla costituzione dell’intelletto umano. Gli uomini ritengo tutti di agire
in vista di un fine, cioè di un vantaggio o di un bene che desiderano conseguire. E poiché trovano a loro disposizione un certo numero di mezzi per conseguire i loro fini (per esempio, gli occhi per vedere, il sole per illuminare, le erbe e gli animali per nutrirsi ecc.) sono portati a considerare le cose naturali come mezzi per il raggiungimento dei loro fini. E poiché sanno che questi mezzi non sono stati da loro stessi prodotti, credono che siano stati preparati per loro uso da Dio. Nasce così il pregiudizio che la divinità produca e
governi le cose per l’uso degli uomini, per legare gli uomini a sé e per essere onorata da essi. Ma, dall’altro lato, gli uomini osservano che la natura offre loro non solo agevolezze e comodità, ma anche disagi e svantaggi di ogni genere (malattie, terremoti, intemperie ecc), e credono allora che questi malanni derivano dallo sdegno della divinità per le loro mancanze nei suoi riguardi. Da tali pregiudizi ci si può liberare solo con la matematica che ha mostrato agli uomini la visione antifinalistica delle cose.

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