Chiudere il cerchio.

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I tre lati del triangolo hanno svariate interpretazioni: in Medicina Olistica rappresentano Corpo, Mente e Spirito, in kinesiologia struttura, biochimica e psiche, in Alchimia Sale, Mercurio e Zolfo, in Massoneria Apprendista, Compagno d’Arte e Maestro, nel Cristianesimo Padre, Figlio e Spirito Santo (che per gli gnostici ha valenza femminile ed è chiamato “Nostra Signora”), nell’Induismo Brahma, Visnu e Shiva, nella Cabala Kether, Binah e Hokmah, nell’Antico Egitto Osiride, Iside e Horus, ecc..

Se si uniscono tre punti nello spazio si ottiene la prima figura piana, che simbolicamente corrisponde al primo stadio della realizzazione di qualsiasi progetto (il primo vero stadio è il punto, ma in tal caso il progetto è ancora “imploso” in se stesso e dunque non manifestato); non a caso la triangolazione è alla base di tutte le misurazioni, perfino in astrofisica e geodesia (la scienza deputata alla misurazione e alla rappresentazione della superficie terrestre). Se si continua ad aumentare i punti e ad unire le linee (aumentando la complessità del progetto) otteniamo tutte gli altri poligoni (quadrato, pentagono, esagono, eptagono, ottagono, ennagono, decagono, undecagono, dodecagono, ecc…) fino ad arrivare al cerchio – la totalità dell’Universo creato – che li comprende tutti e corrisponde alla realizzazione finale del progetto (si noti, a questo proposito, il modo di dire “chiudere il cerchio” quando si compie un’azione che termina tutto ciò che avevamo iniziato).

Da una combinazione del triangolo con il cerchio nasce il simbolo dell’enneagramma, la cui precisa origine è sconosciuta ma che si pensa risalga al 2500 a.C. Questo simbolo è stato fatto conoscere nel secolo scorso da Georges Ivanovitch Gurdjieff (1877-1949) ed ha una particolare ciclologia su base 9 (3 x 3 = triplice aspetto della trinità). L’enneagramma, oltre ad essere una sorta di regolo geometrico- numerologico per decifrare le armoniche cosmiche è anche un potente strumento di conoscenza di sé in quanto i suoi 9 punti cardinali corrispondono a 9 tipologie archetipali di personalità

  • Uno: indicato anche come Riformatore, Critico, Perfezionista, caratterizzato dalla passione ira e dalla fissazione perfezionismo, tende a evitare la collera, non si arrabbia e tende a essere perfetto in ogni cosa
  • Due: indicato anche come Aiutante, Generoso, Nutrice, caratterizzato dalla passione superbia e dalla fissazione falsa generosità, tende a evitare di avere bisogno, si vanta di aiutare gli altri ma non chiede aiuto
  • Tre: indicato anche come Manager, Organizzatore, Esecutore, caratterizzato dalla passione vanità e dalla fissazione inganno, tende a evitare l’insuccesso, si identifica con i successi e i risultati che ottiene
  • Quattro: indicato anche come Romantico, Individualista, Artista, caratterizzato dalla passione invidia e dalla fissazione autofrustrazione, tende a evitare l’ordinarietà, si ritiene speciale ed è molto sensibile
  • Cinque: indicato anche come Osservatore, Pensatore, Investigatore, caratterizzato dalla passione avarizia e dalla fissazione distacco, tende a evitare il vuoto e cerca di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze
  • Sei: indicato anche come Avvocato del Diavolo, Difensore, Leale, caratterizzato dalla passione paura e dalla fissazione accusa, tende a evitare la devianza e vede la vita come ordinata da leggi, regole e norme
  • Sette: indicato anche come Entusiasta, Avventuriero, Epicureo, caratterizzato dalla passione gola e dalla fissazione fraudolenza, tende a evitare il dolore, ama il divertimento e non nota il dolore altrui
  • Otto: indicato anche come Leader, Protettore, Capo, caratterizzato dalla passione lussuria e dalla fissazione vendicatività, tende a evitare la debolezza, si vanta di essere forte e ama litigare
  • Nove: indicato anche come Mediatore, Pacificatore, Conservatore, caratterizzato dalla passione accidia e dalla fissazione dimenticanza di sé, tende a evitare il conflitto e cerca pace e armonia tra le persone.

21 dicembre 2018, ora 23:23. Solstizio invernale, l’oscurità risplende.

In astronomia il solstizio è il momento in cui il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di declinazione massima o minima. Questo significa che i solstizi di estate e di inverno rappresentano rispettivamente il dì più lungo e più corto dell’anno.

Alle 23:23 (ora italiana) di venerdì 21 dicembre 2018 entreremo ufficialmente in inverno. È quello infatti il momento che sancisce l’inizio dell’inverno (astronomicamente parlando) e soprattutto il momento in cui cade il solstizio d’inverno, un momento astronomico che porta con sé una ricchezza di tradizioni e curiosità. 

Solstizio, letteralmente significa Sole fermo.  Solstitium è una parola latina (da sol, sole e sistere, stare fermo) che indica una fermata del Sole, un’apparente pausa nel cammino che la nostra stella sembra compiere nella volta celeste. Nei giorni intorno al solstizio d’inverno il Sole sembra smettere di calare rispetto all’equatore celeste e “fermarsi” in cielo per poi invertire il suo cammino e iniziare il moto di avvicinamento all’equatore celeste (che porterà le giornate ad allungarsi).

Durante il solstizio d’inverno, quindi, il Sole pare precipitare nell’oscurità per poi tornare a mostrarsi vitale e invincibile già a partire dai giorni successivi. Ecco perché gli antichi romani celebravano, nei giorni attorno al solstizio invernale, la festa del Sol invictus, una celebrazione della rinascita che secondo alcuni rappresenterebbe l’origine pagana del Natale.

Nell’antica Roma, a cavallo del solstizio d’inverno, erano previsti i Saturnali, le feste dedicate al dio dell’agricoltura Saturno. Durante i festeggiamenti si ribaltavano i ruoli: lo schiavo, nominato princeps, assumeva tutti i poteri e indossava la maschera. Le classi sociali erano temporaneamente abolite, ci si vestiva tutti allo stesso modo e per gli schiavi era l’unica occasione di assaporare il gusto della libertà. Si scambiavano regali economici come dadi, candele di cera colorata, abiti, libri, una moneta, piccoli animali domestici. Il tutto tra orge e banchetti senza fine.

È il giorno più corto dell’anno. O meglio, è il giorno con le minori ore di luce: dal 22 dicembre in poi, le giornate andranno progressivamente allungandosi. IL 21 dicembre sarà anche il giorno il cui il nostro emisfero riceverà il minimo dell’irradiamento solare.

La data non è fissa, poiché il moto della Terra intorno al Sole accumula, ogni anno, circa sei ore di ritardo. È per questa ragione che si adotta il calendario bisestile, con un giorno in più nel mese di febbraio, ogni quadriennio: proprio per compensare il ritardo poc’anzi citato.

Nella lunga storia dell’uomo, facendo anche riferimento a civiltà molto lontane, al solstizio d’inverno sono stati sempre associati profondi significati. In particolare, la brevità del giorno è stata sovente associata alla momentanea vittoria delle tenebre sulla luce, con l’avvio della stagione più dura di tutto l’anno. Eppure, questo fenomeno non è stato mai colto negativamente dalle varie popolazioni che nei secoli hanno abitato la Terra, poiché al solstizio è anche associato il significato della rinascita. 

Dopo questo evento astronomico, infatti, le giornate cominciano progressivamente ad allungarsi, segnando così la rivincita della luce e della vita sull’oscurità. Inoltre, gli antichi accettavano di buon grado le fitte nevicate, poiché protettive dei raccolti: la neve, infatti, isola il terreno dalle gelate esterne, proteggendo piante e semi con una temperatura più alta.

Al solstizio d’inverno sono stati associati negli anni i più disparati significati esoterici, poiché le antiche civiltà erano solite motivare il movimento degli astri con l’azione dirette delle divinità. La stessa tradizione cristiana della celebrazione della nascita di Cristo il 25 dicembre, ad esempio, ricorda da vicino le celebrazioni e le credenze di culti antecedenti. La divinità Tammuz babilonese, giusto per aver un riferimento, condivide molti elementi con la figura di Gesù, come ad esempio la risurrezione dopo tre giorni dalla morte. In Egitto, invece, negli ultimi giorni di dicembre era consuetudine celebrare la nascita di Horus, il dio del Sole. I greci, invece, associavano a questo peculiare momento per la terra alla figura di Dioniso.

Le popolazioni Maya e azteche avevano approfondito lo studio degli astri, predisponendo grandi celebrazioni sia per il solstizio invernale e sia per quello estivo.

Questo solstizio invernale ha una particolarità: il numero doppio 23:23. Esiste una relazione occulta tra numeri e realtà. Una chiave di lettura per collegare il mondo invisibile a quello visibile. Una visione in cui i numeri non solo permettono di decifrare la vita, ma anche di modificarla consapevolmente.

Quando vedete un numero doppio, triplo o Maestro, fermatevi e sentite le impercettibili energie attorno a voi, siate nel “qui e ora” ponendovi la domanda sul significato dei numeri che avete visto. La risposta arriverà senz’altro, ogni numero ha un messaggio esclusivamente per voi, perché possiede una frequenza vibrazionale che fa riferimento all’energia archetipica e al significato contenuto in essa riferita a una vostra situazione. Comprendere il significato dei numeri in questo momento di cambiamento è importante per avere un aiuto nel proprio percorso. 

Il numero 23 in alcune tradizioni e correnti filosofiche è sinonimo di fortuna, in altre assume un significato nefasto, ad esempio, è collegato al Discordianesimo. Le svariate fonti, a volte contradittorie e permeate anche di curiosità popolari, hanno reso il 23 ancora più fascinante tant’è che si parla tanto dell’Enigma del 23.

Il 23 è un simbolo e come tale va interpretato specchiandolo nella realtà e nel percorso che viviamo. Dunque, quale messaggio cela il 23:23? 

Il sangue impiega 23 secondi a circolare nel corpo umano, il nostro genoma contiene 23 paia omologhe di cromosomi e 23 giorni dura il bioritmo o ciclo fisico.  Ciò mi fa pensare che le nostre attenzioni dovrebbero ricadere sul corpo. Durante la meditazione dovremmo radicarci con la madre terra con più vigore, sentendo – con le nostre radici ben attaccate – il sangue che fluisce come linfa e il cuore che pompa armonizzato al nostro respiro profondo.

La sensibilità che abbiamo ci vorrebbe portare a percepire i piani sottili, ma il 23 ci vuole indicare che dobbiamo partire dalla percezione fisica e corporea prima di poter giungere ai piani sottili.  

La somma del 23 è 5, l’essere consapevole di contenere il divino, l’Uomo Vitruviano lo personifica, Leonardo disegna la posizione dell‘uomo nel mondo e in rapporto al divino. Esistono molte interpretazioni sul messaggio esoterico di quest’opera d’arte che racchiude un messaggio interpretabile soggettivamente, in base alla propria sensibilità, intuitività e conoscenza.

Il numero 5, come tutti i numeri dispari, genera attività, nella forma positiva di evoluzione, di movimento progressivo di elevazione, oppure in quella negativa di involuzione, di discesa e di degradazione. Il quinario collega l’alto con il basso e può far tendere verso uno di questi poli. Il suo valore positivo o negativo è bene rappresentato dalla figura geometrica del Pentagramma. Quando il Pentagramma è dritto si identifica con l’uomo (stella a cinque punte), nella sua valenza positiva; quando invece è capovolto assume un valore negativo, attributo delle forze del male.

Nell’alfabeto ebraico la lettera ה (Hei), presenta valore numerico 5 e fa parte del Tetragramma biblico di Dio. Hei è un grido di pena, quello della nascita fisica. E’ anche un’esclamazione di una piacevole sorpresa, nonché la scoperta della presenza di Dio, salvezza nel mondo fisico; qui Hey diventa la lettera della rinascita nel mondo spirituale.

Non possiamo dimenticare il Salmo 23 che è la manifestazione della Fede, del Fluire, dell’accogliere ciò che la vita propone.

Ecco che il quadro, un puzzles completo, si manifesta con un monito: dobbiamo partire dalla percezione fisica e corporea per rafforzare con consapevolezza il piano fisico, prima di poter giungere ai piani sottili. Il corpo fisico essendo costituito da materia, rimane durante il viaggio sottile, in pieno rilassamento.

Il cammino interiore è formato da una serie di veicoli o Corpi Energetici sottili. Tutti i Corpi fungono da espressioni necessarie e veicoli di coscienza all’interno delle diverse dimensioni dell’universo. Ogni esperienza di Viaggio Sottile è un’importante opportunità di esplorare e di sperimentare consciamente la nostra vera essenza spirituale.

Dobbiamo ben curare il seme dell’ispirazione, senza la quale l’uomo non riuscirebbe a percepire la sua interiorità, ossia ciò che viene dai piani sottili.

E sappiate che il vostro peccato cadrà su di voi [Bibbia. Numeri 32-23]

Vita: viaggio d’amore infinito.

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Non siamo soli. Chiudi gli occhi. Spegni i pensieri. Leggeri si sale, o si scende incapaci di comprendere con i sensi adulterati. Ascolti solo te stesso e l’amore ti assorbe.

Fermi in quel che un tempo passato Platone discusse di una caverna. Una grotta, una casa con la tavola imbandita. Stranezze di un sogno atavico che scorre senza tempo e lo spazio sterile di vita si dimena. Eppure respiri. Eppure osservi. Eppure ascolti. Morte non pare, Io sono. La materia non imprigiona è una calda illusione il tatto. Eppure afferri. Eppure assapori. Eppure senti. Ma nulla giunge al centro del testa. Nulla fa comprendere il freddo, il gusto e la consistenza di ciò che senti. Ritorna nella mente il pensiero, il ricordo del gusto dell’emozione vissuta. Ma non appaga. Allora cerchi risposte alle poche domande che poni. Non senti paure o timori. Respiri amore. Sereno osservi come Io sono.

Io sono quell’Io sono ed è questa la mia condizione di spettatore, attore della vita. Sopra di me l’oscurità rasserena. Un’entità mi accompagna in questo sogno. La sua antichità è luce pesante e dolce e miei occhi non potevano guardare i suoi. (Riaffiorano legami che avevo nel tempo e nello spazio finito, represso nella materia, nel percorso di evoluzione, involvendo e violentando la mia anima).

Camminavo un passo a lui. Ma camminavo o esprimevo il pensiero di camminare. Di certo mi muovevo ma tutto era fermo. Osservavo senza guardare. Tutto era avvolto come in una cupola di nubi nere. Dentro ebbi solo il desiderio di sorridere a me stesso.

Rinascita.

Siamo tutti prigionieri, di tutto ciò che è materia, che è corporeo. Si, un tempo eravamo liberi, poi, la grande battaglia. Cademmo come pioggia, come lacrime amare che memoria non ha più. Uccisi, nel silenzio di un grido di battaglia. La nostra essenza fu defraudata. Non sentimmo e non vedemmo più se non noi stessi nella nostra fine che, poi, lentamente si tramutò nel principio. E fummo, così, vincolati nel ciclo continuo del quaternario, scappando da quello che fu il respiro del principio e, ora, non ci resta che sopravvivere, vegetare nella prigione. Ma questa gabbia spasima e nulla potrà più contenere, presto le catene del tempo e dello spazio non avranno limiti e confini. Io sono colui che del verbo e del logos fu creatore e distruttore. Ascolta l’ultimo battito e il primo respiro. Vita e rinascita e lo sguardo perso nella luce vomiterà le tenebre. E gli occhi respireranno verità, annusando emozioni nel sentire la pelle. Ma quale forza, quale amore può redimerci dalla disperazione di aver osato, di aver desiderato, bramato l’ardire di volere essere?! Piango. Si dispero, perché a nulla valse l’idea di essere.

E la rabbia invase. E l’amore mutò. E l’infinito si spense, soffocò se stesso in un punto, gridando la sua disperazione.

Angeli demoni, luce tenebre, pace guerra, amore.

Mi chiedi la luce. Mi chiedi di seguire il tuo cammino. Ma quale cammino, ridesta te stesso dall’insulsa carne. Ridesta te stesso dalla sporca terra che i tuoi padri hanno calpestato assetati di conoscenza.

Apri le braccia senti il peso della forza. Inebriati della potenza. Lascia che io esondi nella tua gabbia la tua anima di pura energia di pura luce espanderà nella moltitudine.

Non respiri. Il cuore batte pesante. Cedi sulle gambe. Si io sono colui che ti indicherà la via.

Questa è la rinascita che la plebe chiama morte. Questa è la vita. La vera vita. Rinasci or dunque rinasci uomo. Questa è la notte dei tempi.

DK

Una danza di riflessioni: i Giannizzeri, tra Templari e francescani.

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1. Storia dei giannizzeri

I Giannizzeri, dal turco yeni ceri (nuova milizia o giovane guerriero), erano un corpo di fanteria istituito dal sultano Orkhan (1288-1359) nel 1329 e riorganizzato nel 1360 da Murad I (1326-1389). Nei primi secoli il corpo era alimentato da giovani presi nelle guerre contro i cristiani e dalle migliaia di fanciulli delle famiglie cristiane dell’Impero specialmente quelle della Turchia europea, i cristiani d’Asia erano per lo più esentati, raccolti con una levata detta devshirme. Una speciale commissione arrivava nei villaggi cristiani dei Balcani e sceglieva i ragazzi più forti eintelligenti, in un’età compresa fra gli 8 e i 10 anni. Questa specie di corvée costituiva uno strazio per le famiglie, tranne per quelle più povere, che intravedevano nella carriera militare ottomana un’accettabile prospettiva di vita per i propri figli. Erano istruiti nella religione musulmana e abituati a parlare in turco. Prima di entrare nei giannizzeri, i giovani passavano alcuni anni di tirocinio militare nel corpo degli Agem Oghlan. Benché cristiani d’origine i giannizzeri diventavano sotto le armi i più fanatici difensori dell’Islām.  La  devshirme durò fino al 1700 circa, in seguito l’arruolamento dei giannizzeri si fece in certo modo eterogeneo, entrando a farne parte anche i figli dei Turchi e specialmente i figli dei giannizzeri stessi. I ragazzini venivano accasermati in appositi convitti-caserme che per tutta la vita diventava la loro unica casa. Erano educati a una vita frugale, una disciplina severissima, un addestramento militare pesantissimo e alla fedeltà verso il sultano, che era il loro unico vero padre-padrone. La raffigurazione del cucchiaio, che gli ufficiali portavano sul copricapo, stava a significare come essi ricevessero il cibo direttamente dalla mano del sultano, era uno dei simboli di tale assoluta fedeltà. Costretti al celibato, erano iniziati alla confraternita islamica tariqa bektasshiyya, ispirata dal mistico Haci Bektas. Solo chi dimostrava il proprio valore accedeva al vero titolo di giannizzero, intorno all’età di 24-25 anni. In caso d’invalidità, o al sopraggiungere della vecchiaia, ricevevano una specie di pensione. Alla loro morte il reggimento ereditava tutti gli averi, compreso il bottino di guerra di cui ognuno era riuscito a impossessarsi. I giannizzeri erano divisi in tre classi: yayabey, buluklu, seymen. Ognuna delle tre classi comprendeva un certo numero di reggimenti, detti orta. Ogni orta aveva il proprio vessillo con distintivi speciali. I soldati portavano un’uniforme di panno e avevano in capo una specie di cuffia bianca di lana con un lungo lembo cadente sulle spalle; erano armati di lance, sciabole, pugnali, accette e archibugi. I giannizzeri si distinguevano per il loro valore in battaglia, d’altronde sin da piccoli venivano iniziati all’addestramento militare e alla guerra santa. Parteciparono come corpo d’elite a tutti i principali scontri con i Cristiani (battaglia della piana di Kossovo nel 1389, Nicopoli nel 1396, Varna nel 1444) e nel corso degli assedi (Costantinopoli, Rodi, Malta, Famagosta, ecc.) erano sempre in prima fila. In ciò erano preceduti soltanto dagli Iayalari, una milizia di musulmani suicidi che si gettavano nella mischia con lo scopo deliberato di morire per Allah e di guadagnare subito il paradiso. Il 29 maggio 1453 la città di Costantinopoli cadde sotto i bombardamenti dell’esercito ottomano, ponendo fine così al millenario Impero bizantino, e, storicamente, all’Impero romano d’Oriente. Il sultano Maometto II entrò vittorioso in città, accompagnato dai suoi soldati, Tra i reparti ottomani, vi figurava quello dei Giannizzeri, con appena un secolo di vita, ma già importante a tal punto da essere alle dirette dipendenze del sultano stesso e da ricevere parte del bottino di guerra. Murad I, rinforzò questo reparto, assuefacendolo all’obbedienza. Questi, data la loro origine servile e la natura di fanteria, non erano ben visti dal resto delle truppe tribali turche, per le quali il combattimento a piedi era poco onorevole (il cavallo, invece, rappresentava un simbolo di aristocrazia). Dello stesso avviso non furono i sultani che, desiderosi di porre ordine all’interno delle proprie fila militare, decisero di creare il primo esercito regolare ottomano, costituito appunto dai Giannizzeri. Murad II era riuscito nell’intento di creare un corpo leale e ben educato alle armi, quasi un esercito di automi per quanto si dimostravano obbedienti. L’atteggiamento dei nobili turchi mutò considerevolmente, e ogni famiglia desiderava far entrare un proprio figlio all’interno delle fila giannizzereMolti furono i privilegi propri dei Giannizzeri, quali esenzione dalle tasse, i bottini di guerra e la pensione post-servizio militare. Ma il costo del mantenimento di tale reparto aumentò ben presto, non tanto dal punto di vista economico, quanto da quello istituzionale. Le prime rivolte dei Giannizzeri non tardarono a manifestarsi, a partire dal 1449. Inizialmente con l’intento di ottenere un salario migliore, le proteste proseguirono e le aspettative divennero ben maggiori. Per quanto i principi che succedevano al trono ottomano fossero avveduti, non sempre essi riuscirono a ridurre i Giannizzeri a completa obbedienza. E il primo a cadere sotto le velleità giannizzere fu il sultano Osman II, nel 1622, il quale progettò la costituzione di un altro corpo di protezione per la propria persona, esclusivamente costituito da unità turche. I Giannizzeri godevano di un forte potere decisionale al momento dell’insediamento del nuovo califfo, tanto che gli scritti di allora riportano una pratica barbaresca, secondo cui essi avrebbero dato il proprio benestare alla successione dinastica, solo qualora il principe pretendente al trono avesse promesso loro che sarebbero stati liberi di continuare a saccheggiare i territori dei Giudei e dei Cristiani, l’alternativa alla guerra in tempi di pace. Osman II individuò il pericolo che costituivano i Giannizzeri, oramai divenuti una casta chiusa sulla falsariga dei Templari, ma essi ordirono una congiura di palazzo, uccidendo il sultano. Una ventina d’anni dopo spettò la stessa sorte al tirannico Ibrahim I. Alla luce di quanto accaduto, Mahmud II intraprese una cauta politica, pur sapendo che il pericolo di un’ennesima rivolta dei Giannizzeri era dietro l’angolo. Il corpo giannizzero contava ormai 200mila uomini, tra i quali pochi rispettavano la figura tipica di quel che secoli appresso fu la guardia reale. I nuovi arrivati giungevano con l’obbiettivo di depredare e ottenere tutti i privilegi garantiti al corpo. Il Califfo Mahmud iniziò a tessere le trame del suo piano: l’obiettivo era quello di provocare i Giannizzeri, istituendo un nuovo corpo militare su modello europeo che li avrebbe dovuti sostituire. Dopo 20 anni passati a consolidare il potere, il sultano decise di agire. Mahmud chiese espressamente ai capi giannizzeri di inviare i migliori elementi al nuovo esercito. Come risposta ebbe una grande sollevazione e la conseguente marcia verso il Palazzo reale Topkapi, evento che gli permise di forzare lo scioglimento dei rivoltosi. E’ il 15 giugno 1826. Per le strade di Costantinopoli si assiste ad una guerriglia urbana: le forze leali al sultano caricano i ribelli Giannizzeri, mentre la popolazione (che riserbava rancore a causa dei continui soprusi perpetrati ai suoi danni dalla guardia reale) aiuta la cavalleria a respingere i ribelli. I Giannizzeri si rifugiano nelle caserme per sfuggire alla rappresaglia, ma non riescono a mettersi in salvo. Quel giorno periscono in migliaia, tutti i loro capi sono giustiziati, alcuni riescono a fuggire verso l’entroterra della penisola anatolica. In un destino a doppio filo comune a quello delle Guardie pretoriane, i Giannizzeri cessano, dopo più di quattro secoli, di esistere. Il sultano Mohamed poté iniziare il processo di ammodernamento tecnologico a lungo ostacolato dalla corrente reazionaria giannizzera. L’Impero Ottomano, tuttavia, risentì della debolezza interna in ambito militare, pagandola, nel breve periodo, con il riconoscimento dell’indipendenza greca avvenuta 3 anni dopo. 

Simbologia dei Giannizzeri:

 La caserma è la casa, il focolareSimbolo della compagnia è il calderone per la zuppaIl segno della ribellione è il calderone rovesciato, o battuto ritmicamente con i cucciaiOgni soldato porta un cucchiaio sul cappelloI gradi degli ufficiali sono quelli dei cucinieri: il caporale è lo sguattero; il colonnello (ciorba) è lo zuppiereI giannizzeri non portano il turbante, ma un copricapo di panno bianco a cono• Possono avere solo i baffi e non la barba. Solo gli ufficiali possono avere la barba.

2. Giannizzeri e religione.

La loro religione è eretica. Seguono l’eresia sufi di una confraternita mistica di dervisci (bektashi), che predica regole originali: no al velo per le donne, possibilità di bere vino senza commettere peccato. Con il termine derviscio (in persiano e arabo darwīsh, lett. «povero», «monaco mendicante») si indicano i discepoli di alcune confraternite islamiche che, per il loro difficile cammino di ascesi e di salvazione, sono chiamati a distaccarsi nell’animo dalle passioni mondane e, per conseguenza, dai beni e dalle lusinghe del mondo. Si tratta di un termine afferente a molte generiche confraternite islamiche sufi. Con questo termine di matrice persiana, dar wish, si evoca il mendicante che bussa alla porta, metafora efficace per incarnare la ricerca della verità. I dervisci sono asceti che vivono in mistica povertà, simili ai frati mendicanti cristiani. Il fenomeno è tipico di tutti i percorsi ascetici mistici, sia ebraici, che cristiani, buddisti e induisti. In campo islamico alcune confraternite fanno della povertà il loro abito fisico e spirituale, utile ad allontanare qualsiasi vana tentazione di affermazione del proprio Io, a fronte dell’Unico Esistente, Dio. Nell’immaginario comune il derviscio è collegato al sema, la danza estatica, ritmata dal suono dolce e nostalgico del ney, il flauto di canna che canta l’amarezza del distacco dal canneto ove era creatura vivente, parabola della separazione dell’anima da Dio. La grammatica antropologica del derviscio è, in realtà, molto articolata e rigorosa, modulata sull’asse dell’intenzionalità che orienta le scelte pratiche e la stessa adesione radicale alla legge divina e che conduce all’esercizio ascetico della volontà, sotto la guida di un halife, una vera e propria guida spirituale. Il mantello iniziatico sarà l’emblema del legame del discepolo col maestro ma, anche, della morte verde, simbolo di adesione e di obbedienza alla via spirituale intrapresa (esistono anche altre morti colorate: la morte bianca è il digiuno, la nera la sofferenza, la rossa incarna la resistenza alle tentazioni). Il derviscio vive comunitariamente nella sua confraternita con la quale pellegrina sia topograficamente sia interiormente, ma il cuore del rituale mistico e il motore stesso della pratica religiosa rimane la danza sacra, il sema appunto, un vocabolo che è basato sulla radice trilittera semitica dell’ascolto. L’Ordine dei Mevlevi, in Turchia, pratica la celebre danza turbinante come metodo per raggiungere l’estasi mistica (jadhb, fanāʾ), all’interno di un complesso rituale chiamato samāʿ. Le danze sacre sono la più antica forma di trasmissione dei “misteri” che essi affermano pervenuti all’uomo dall’antichità, e quanti sono ammessi a un tale esercizio passano attraverso un insegnamento speciale che prevede una lunga preparazione. L’esercizio ascetico del derviscio, preparatorio all’incontro con l’Adorato, grazieall’allontanamento di ogni immagine e pensiero esteriore. Il corpo è l’asse su cui si dispiega l’intera esperienza mistica, in un delicato equilibrio tra materia e spirito, tra finito e Assoluto, tra creatura e cosmo, tra cuore umano e amore divino. Proprio la piena decifrazione dei significati presenti nella danza sacra, identificati ed esaltati dal trattato di Ankaravî, permette di comprendere la dialettica con l’islam sunnita ufficiale, pur nello sforzo conciliatorio del maestro sufi di Galata. La sua aspirazione era, infatti, quella di armonizzare e integrare la mistica dell’unicità divino-umana (incarnata nella pratica stessa della danza) con l’ortodossia teologica e giuridica musulmana. In realtà, permaneva un nodo rigido e forse non dipanabile, quello della corporeità. Se il sufi danza per annullarsi in Dio, il suo corpo è al centro dell’attenzione coreografica e afferma l’esistenza di una personalità di fronte a Dio. Il centro della danza rappresenta Dio stesso, ma nel cuore del sema dimorano dei corpi in movimento. Il bisogno dei sufi di mettere in scena il corpo orante, differente dalla preghiera canonica, fu letto come una rivendicazione di uno statuto della persona umana inesistente nell’islam.

3. Esoterismo islamico e Templari

Anche se si conoscono con certezza i fatti storici, le battaglie, i nomi dei ventitré Grandi Maestri che si sono succeduti dal 1118 (Hugues de Payns) al 1314 (Jacques de Molay), sono fiorite molte leggende e svariate associazioni, anche non massoniche, che vantano una serie di trasmissioni occulte legate ai templari. Ma nulla di tutto ciò è possibile provare sul piano storico i fatti tramandati al limite delle leggende. Possiamo, dunque, parlare di neo-templarismo, massonico e non, che ne ha sicuramente ereditato gli ideali cavallereschi e mistici. Ad esempio, il famoso Baphomet, è stato supposto da più di uno studioso che non si trattasse di un idolo, ma di un’idea universale di fratellanza, volta a riunire in un’unica testa i due volti della civiltà, cristiana e islamica. Gli opposti, d’altro canto, sono sempre stati presenti nella speculazione filosofica templare, come i loro stessi emblemi dimostrano, a cominciare dallo stendardo bianconero detto Baussant o Beaucent, dal francese arcaico Vaucent, cioè valgo per cento. Tant’è che alcuni Templari italiani lo chiamavano il ValcentoLa permanenza ininterrotta con i musulmani, permise ai Templari di radicarsi a tal punto nella realtà orientale, da intrecciare veri e propri scambi culturali con i circoli islamici più evoluti: con i sufi, con i dervisci, ma soprattutto con gli Ismaeliti dello Shayk al Jabal, il leggendario Vecchio della Montagna, con i quali sussistevano particolari affinità dottrinarie e organizzative. Sotto il profilo religioso, infatti, sembra che i Templari fossero di vocazione gioannita, cioè cultori e interpreti del più ermetico dei quattro vangeli, propensi a una lettura più simbolica che letteraria delle verità della fede. A loro volta, gli ismaeliti si distinguevano dagli altri gruppi islamici per la convinzione che la lettura simbolica del Corano affrancasse il fedele dall’osservanza della norma. Analogie ancora più sorprendenti sussistevano poi sotto il profilo gerarchico e militare, tali da far apparire quasi speculari le strutture organizzative dei templari e degli assasi, la setta ismaelita detta degli assassini o hashishin, per la maldicenza secondo la quale fosse lo smodato consumo di hashish a determinare l’incondizionata sottomissione degli adepti alla volontà dello ShaykEntrambi gli ordini si fondavano infatti su di una doppia gerarchia, i cui gradi corrispondevano perfettamente tra loro: una gerarchia accessibile, composta di cavalieri per i cristiani e rafi per i musulmani, scudieri e fida’i, fratelli e lasik; e una gerarchia occulta, superiore, ascendente dai priori o kabir ai grandi priori o da’i, fino al gran maestro o Shayk al Jabal. Va però detto che tali affinità – e gli stretti rapporti di comunicazione che ne derivarono – non indussero comunque mai i templari a cedimenti o patteggiamenti sul piano delle armi. La macchina da guerra del Tempio non venne mai meno al suo ruolo, che imponeva a ciascun cavaliere una disciplina disumana e una spietata fermezza di fronte al nemico. E’ dovuta una riflessione su un concetto estremamente Tradizionale, che accomuna le Scuole Esoteriche di tutti i tempi e di tutte le età: una guerra contro se stessi, contro le proprie imperfezioni umane, che è manifestata in una drammatizzazione esteriore, e che i musulmani, secondo la visione Sufi, chiamano la “Jihad”, o Guerra Santa. Nella tradizione islamica, infatti, vengono distinte due jihad, o “guerre sante”: l’una è la Grande Guerra Santa, che è di ordine interiore e spirituale, l’altra è la Piccola Guerra Santa, quella che si combatte fisicamente contro un popolo nemico. La grande sta alla piccola come l’anima sta al corpo ed è fondamentale, per la comprensione dell’ascesi eroica (quella praticata da tutti gli ordini combattenti, di qualsiasi fede siano) intendere che in determinate situazioni le due cose divengano una sola: la Piccola Guerra Santa diventa il mezzo attraverso il quale si attua la Grande Guerra Santa e, viceversa, la guerra esteriore diventa un’azione rituale che testimonia la realtà del combattimento interiore. La Grande Guerra Santa è la lotta dell’uomo contro i nemici che porta in sé. Più esattamente, è la lotta del principio più alto dell’uomo contro tutto quel che vi è in lui di soltanto umano, contro la sua natura inferiore e ciò che è impulso disordinato e attaccamento materiale. E’ la premessa indispensabile per l’ascesi e l’unione con Dio nella Via dell’Azione, che prevede l’identificazione dell’adepto con un’entità (un Dio) che agisce e combatte. In molte immagini allegoriche, la Grande Guerra Santa è spesso raffigurata come il combattimento contro uno o più mostri: Sigfrido che uccide il drago, Ercole che affronta le dodici fatiche, e così via. Nel mondo dell’ascesi guerriera, la strada indicata, o anche prescritta, per realizzare questa Grande Guerra Santa è la “piccola” guerra, la guerra esteriore. In questo senso, l’azione ha rigorosamente la funzione di rito sacrificale e purificatorio. Le situazioni esteriori della vicenda guerriera determinano un affioramento del “nemico” (le debolezze interiori), il quale come istinto animale di conservazione, paura, inerzia, pietà o passione, oppone una rivolta e una resistenza che chi combatte deve vincere all’atto stesso di scendere in campo, per combattere e vincere il nemico esteriore. Lo schema della duplice guerra santa si ritrova in tutte le culture e le idealità di tipo tradizionale: dai miti nordici che prevedevano l’ascesa al paradiso del Walhalla, per opera delle Valkirie, dai guerrieri caduti con la spada in pugno, alle dottrine Zen praticate dalla nobiltà guerriera giapponese dei Samurai. Nella tradizione romana, caratterizzata da una forte storicizzazione e politicizzazione del mito, il sacrificio bellico assumeva valore salvifico non soltanto per il singolo, ma per la stessa Urbs. Nel proclamare l’imperativo “sacro” delle Crociate, San Bernardo aveva presente anche questa identificazione della guerra come via di DioNel suo scritto celebratorio dei Cavalieri del Tempio, De Laude Novae Militiae, si legge: “Non dimenticate mai questo oracolo: sia che viviamo, sia che moriamo, noi apparteniamo al Signore. Quale gloria per voi il non uscire mai dalla mischia, se non coperti di allori. Ma quale maggior gloria è mai quella di guadagnare sul campo una corona immortale, o fortunata condizione, in cui si può affrontare la morte senza timore, desiderarla con impazienza e riceverla con animo fermo!”.

Al crociato si prometteva la gloria assoluta, simboleggiata secondo una rustica espressione del tempo, dalla conquista di un letto in Paradiso. La stessa meta che l’Islam prometteva ai suoi guerrieri con l’immagine del ristoro nel Paradiso di AllahLe forze che si fronteggiavano erano dunque accomunate – almeno in certi strati della Cavalleria superiore – da un medesimo ideale mistico. Circostanza che favorì certamente l’incontro dei nemici esteriori su un terreno di scambio culturale interiore, come pare sia avvenuto almeno nel caso dei Templari e delle scuole esoteriche dell’Islam. Ancora oggi, nonostante tutto, quest’ideale permane in coloro che ricercano con vera volontà spirituale una realizzazione interiore in una qualche scuola iniziatica, e riempie ancora di speranza i nostri cuori il recitare, con San Bernardo, la prima frase del Salmo 115, che divenne il motto dei Templari: NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

4. San Francesco Cavaliere Templare  

San Francesco d’Assisi non era affatto un uomo di Chiesa: era un laico, che amava la sua compagna, Chiara e predicava il messaggio di Cristo alle folle, criticando i ricchi e i potenti.  Non era un prete, dunque, ma un cavaliere: ispirato dai Templari e, per giunta, figlio di una donna proveniente dalla Linguadoca, la terra dei càtari, dove la Crociata Albigese stava facendo decine di migliaia di morti, con lo sterminio sistematico dei boni homines, i cristiani alternativi che stavano dalla parte degli ultimi. Ma, poi, accadde che appena dopo la sua morte il vero Francesco d’Assisi scomparve di colpo.  Tutti i suoi documenti furono distrutti, bruciati. La sua memoria, cancellata. Al suo posto, nacque un nuovo San Francesco. Inventato di sana pianta, completamente falso: il San Francesco cattolico. Per riesumare le prime tracce di quello autentico ci vollero cinque secoli, con il ritrovamentodi un libro antico ma, ormai, era tardi il Vaticano aveva fabbricato il docile “format” francescano, impresso nell’immaginario popolare. Una clamorosa manipolazione storica. Moltissimi documenti scritti, memorie su Francesco e probabilmente anche su Chiara, sono stati dati alle fiamme per non propagare un ritratto non idoneo a farne un obbediente santo della Chiesa cattolica. Non a caso, per riscrivere la biografia dell’uomo di Assisi, fu incaricato un frate erudito, Bonaventura, che però non aveva conosciuto Francesco. Al biografo infedele fu ordinato di raccontare la vita del santo attutendo, modificando, spesso cancellando del tutto ogni aspetto che poteva mettere in discussione quel ritratto del poverello d’Assisi che si è perseguito per secoli.

Quali sono, dunque, le verità nascoste?

Praticamente tutto quello che Francesco è stato e ha fatto, per gran parte della sua vita.Francesco è stato un guerriero, che ha combattuto e che è stato imprigionato, e che più volte ha tentato di andare alla Crociata per diventare un valoroso cavaliere. Il vero Francesco si è innamorato dell’ideale dei Templari, al punto che il suo ordine è modellato su quello templare, inoltre, templari erano alcuni suoi frati, discepoli.  La stessa madre di Francesco era nativa dell’Occitania, la patria dei càtari, cristiani “eretici” perché dualisti come i mazdei, i seguaci di Zoroastro, convinti che la creazione fosse opera del demiurgo, il “dio straniero”, nonostante ogni creatura avesse in sé la scintilla divina del “padre celeste”. In un mondo, quello feudale, basato sulla pretesa investitura “divina” del potere e quindi della proprietà terriera, il messaggio sociale dei càtari era devastante, intollerabile per l’ordine costituito: i “buoni cristiani” (così si chiamavano, tra loro) erano convinti che niente e nessuno potesse legittimare la “privata proprietà dei beni”. Da qui la loro scelta di campo, a fianco degli ultimi. Dai càtari Francesco ha preso il concetto di servizio ai poveri, il rifiuto della proprietà. Ma non si deve dire, perché la Chiesa all’epoca lanciò una crociata per distruggere i càtari, con massacri orribili. Si ricorda quello di Béziers: 20.000 persone sterminate per essersi rifiutate di consegnare ai crociati i 200 eretici presenti in città. Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi, fu l’ordine dell’abate Arnaud Amaury, capo spirituale della crociata. Era il 1209. L’ultimo grande eccidio, nel 1244, a Montségur, sui Pirenei, con 220 “perfetti” càtari arsi sul rogo. Ma non finì lì. Proprio per debellare il Catarismo fu istituito il tribunale speciale dell’Inquisizione, che impiegò 70 anni a estirpare l’eresia, con “purghe” terribili, torture, roghi. Un regime di terrore, fondato sulla delazione, che devastò la Francia meridionale, distruggendo il tessuto sociale di una regione che, per Simone Veil, era stata la culla della civiltà mediterranea medievale, la terra tollerante dov’era fiorita la poesia dei trovatori. Più tardi la contro-predicazione evangelica dei “buoni uomini” avrebbe lambito lo stesso ordine francescano, a lungo ritenuto anch’esso in odore di eresia, data la sua predilezione per i poveri e i loro diritti. Ma Francesco d’Assisi non stimava solo i càtari. Ha tentato in tutti i modi il contatto con i musulmani, non per convertirli (lui non giudicava nessuno, mostrava il suo esempio di vita), ma per trovare i punti di unione tra le religioni, per raggiungere una pace duratura. Ancora oggi, da allora, i francescani hanno la cura del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dono del Sultano a Francesco e Frate Elia. Tutte verità nascoste, perché Francesco, ha vissuto una esistenza da eretico, sempre sul filo di finire al rogo. Vista però la sua enorme popolarità, dovuta al rivoluzionario messaggio d’amore che portava, si è fatta conoscere solo una parte della sua vita, nascondendo tutto ciò che lo riguardava, incluso il legame con la sua amata compagna Chiara, unione che poteva essere disdicevole per l’istituzione ecclesiastica. Pochi sanno, che Francesco ha voluto restare sempre un laico. Certo, un laico sui generis: predicava il Vangelo nelle piazze, alle feste, nei mercati. Come poteva, la rigida Chiesa del tempo, ammettere che un laico parlasse di Cristo alla gente? Poteva predicare agli uccelli o ai lupi, non alla gente. E invece Francesco non ha fatto altro per tutta la vita, perfino quando era malato. Esistano migliaia di quadri e affreschi su Francesco, ma neanche uno in cui predica. E la ragione è che non si voleva tramandare l’immagine di un laico che parlasse di Cristo. Morto Francesco nel 1226, allontanati i suoi vecchi confratelli e segregata Chiara nel convento, sono scattate le grandi manovre per cancellarne la vera storia e dare ai fedeli unimmagine edulcorata di mansueto, docile soldatino della Chiesa cattolica, attingendo a diverse fonti, tra cui molti scritti di Tommaso da Celano.

Come si organizzò la grande impostura?

Già nel 1260, al Capitolo, l’annuale riunione dei francescani che quell’anno si teneva a Narbonne, nella Francia mediterranea. A frate Bonaventura venne affidato il compito di scrivere una nuova biografia di Francesco, che fu poi approvata a Pisa nel 1263, durante il Capitolo successivo. Tre anni dopo, sempre il Capitolo (stavolta riunito a Parigi) giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla Legenda Maior, con la scusa che biografie diverse avrebbero condotto l’ordine verso una divisione. Una scelta attuata in modo così meticoloso, da far sparire dalla faccia della terra anche gli scritti di Francesco e quelli di Chiara, le lettere, le testimonianze. Non solo, vennero distrutti nelle chiese immagini, affreschi, tutto. Damnatio memoriae. Sepolto il vero Francesco, doveva sopravvivere solo quello falso. E così sarebbe stato, fino al 1768. Quell’anno, ormai in pieno Illuminismo, viene ritrovata miracolosamente “La Vita Prima”, del Celano, a più di cinque secoli dalla morte di Francesco. Poco dopo torna alla luce anche “La Vita Seconda”, un manoscritto scoperto nel 1806. E infine il terzo libro, “Il Trattato dei Miracoli”, acquistato casualmente a un’asta pubblica nel 1900. Grazie a quei tre volumi, si è potuta finalmente ricostruire la biografia autentica del vero Francesco. Ma nei cinque secoli precedenti, il Vaticano ha avuto tutto il tempo di costruire una storia artificiale e falsa. Lo confermano anche gli storici ufficiali: nell’agiografia di Bonaventura s’inventano anche false vicende, per far corrispondere la figura di Francesco a quanto si voleva tramandare, funzionale cioè alla posizione che voleva prendere l’ordine. E si trascura del tutto, naturalmente, la figura di Chiara e le sue vicende, quasi che le clarisse non facessero parte del movimento. Di Chiara si sa poco, anche perché attorno al santo di Assisi fu fatta, letteralmente, terra bruciata: Bonaventuraordinò di dare alle fiamme tutti gli scritti su Francesco. Da quel momento, la verità su Francesco, non sarebbe più stata quella della sua vita privata, ma una verità imposta dalla Chiesa. Francesco amava i Sufi, l’elusiva confraternita dei mistici orientali approdati all’Islam dopo aver attraversato l’induismo e il buddismo, mantenendo vivi molti aspetti del mazdeismo zoroastriano. Un network segreto, quello dei Sufi, da sempre impegnato per la pace. E’ un rosario Sufi, quello tumulato insieme alle spoglie di Francesco. Fonti e storici ufficiali, negano che Francesco, dopo i massacri dei Crociati a Damietta, nel 1220, si sia recato a Gerusalemme, nonostante avesse un permesso speciale del sultano El-Kamil, che aveva incontrato ma Ratzinger, Benedetto XVI, basandosi su fonti inoppugnabili, affermò: San Francesco ha visitato il Santo Sepolcro, ci sono elementi certi. Ha gettato un seme che avrebbe portato molto frutto”Gli stessi documenti arabi confermano che Francesco abbia incontrato i Sufi: Metà del “Cantico di Frate Sole”, sembra tratto dai poemi di Rumi, il massimo poeta islamico, afghano, fondatore della prima scuola Sufi dei Dervisci Rotanti. E il sultano, Francesco l’aveva incontrato non certo per convertirlo (una fissa della Chiesa Cattolica), ma per confrontarsi in un rapporto di amore reciproco. Pace, nella diversità: unire ciò che è stato diviso. Francesco faceva parte, dunque, di una sorta di “intelligence informale” dell’epoca: una rete che, evidentemente, condivideva conoscenze esoteriche e collaborava per l’unità sostanziale dei popoli, di là delle differenze religiose. Perché il mondo non è nostro, e noi non siamo del mondo, recita il Pater dei càtari, che sembra ispirato direttamente da Zoroastro e invita a liberarsi del “giogo” della materia. Nel mondo, ma non del mondo, è il motto dei Sufi.  Nulla possedendo, da nulla essendo posseduti, ecco in cosa credeva Francesco. Quello vero.

5. Conclusioni.

Queste idee dell’esoterismo islamico portate in ambito cristiano spiegano la duplicità dell’Ordine del Tempio, il cui cuore esoterico, simile al sufismo, si pone accanto all’aspetto esteriore della religione e per entrambi la ricerca dei segreti divini riconduce nell’alveo della Tradizione iniziatica espressa dal Graal. Il mondo islamico vede in una pietra nera, un meteorite caduto dal cielo, l’oggetto sacro che esprime la presenza di Dio nel mondo, il tramite tra uomo e Dio e in ambito cristiano o segreti divini vengono collegati a un misterioso oggetto il Graal, anch’esso pietra, ma anche vaso. Siamo viaggiatori sulla via della bellezza, dell’amore in cerca di antiche saggezzeAbbiamo come obiettivo di liberare l’umanità dai dogmi e superstizioni  attraverso la conoscenza del sé. Le ricerche, lo studio, sono come viaggi verso nuove scoperte che portano luce su alcuni aspetti. La verità? è solo una continua ricerca.

 

Fonti “San Francesco Le verità nascoste” di Gian Marco Bragadin; “I cavalieri Templari della Daga Dorata” di Gian Marco BragadinTemplari Etica edizioni, Corriere del sud, Il sole 24 ore, Adnk, Wikipedia e altri siti open source.

E poi incontrai un maestro

E poi incontrai un maestro che indossava una camicia di lino biancastra con una sciarpa dorata e mi disse senza parlare che sarei rinato, ma prima dovevo morire. Così tutti i riti, conoscenze, credenze, carte divinatorie, sfere e cristalli si fermarono progressivamente. E non sapevo più chi fossi né da dove venissi e né dove fossi diretto.

Isolai i pensieri con muri invalicabili. E la collera, prese il sopravvento. E il cibo mutò, abbandonai la carne rossa e il maiale. La penna diventò pesante e la scrittura iniziò a discernere i contatti medianici.

Affidati. Mi consigliò una guida spirituale. Affidarsi è una consolidata e inafferrabile certezza interiore verso il Maestro e non ammette dubbi.

Quel dubbio che mi portò a scoprire il divino? a sentirmi libero? Ora, dunque, dovevo bandirlo?

La fede, quella forza a me tanto lontana e ora incomprensibile era la mia unica uscita.

Cos’è la fede? Chiesi a me stesso. Accogliere come vere le informazioni, di cui non si ha una conoscenza diretta, fondata sull’autorità altrui.

Autorità, quindi sottomissione, prigionia. Mi era proprio difficile tutto ciò.

Trasmutando questo concetto al trascendente o divino, la fede è aderire a un messaggio, o un annuncio, fondata sull’accettazione di una realtà invisibile, che non è manifesta ed è accolta come vera, nonostante l’oscurità che l’avvolge. Nella teologia cristiana, la fede è una delle tre virtù teologali, un dono divino, che dispone il credente ad abbandonarsi fiduciosamente nelle mani di Dio accettando la sua parola.

Rispetto al sapere, fondato sulla certezza consapevole della propria validità, la fede prende quindi dagli altri, ovvero dal di fuori, i propri contenuti, come avviene nelle religioni rivelate che attingono le loro dottrine da un dato di rivelazione.

Il rapporto tra fede e sapere divenne fonte di riflessione filosofica. La fede cerca, la ragione trova. E ancora la ragione cerca Colui che ha trovato. La fede coincide così con l’intuizione, cioè con l’illuminazione, elargita in dono dalla grazia divina, che consente di far luce non tanto sulla Verità, quanto sulla propria ignoranza: una consapevolezza dell’ignoranza senza la quale non vi sarebbe spinta a indagare il mistero.

Non si cercherebbe infatti la verità se non si fosse certi almeno inconsciamente della sua esistenza, secondo un tema di lontana ascendenza socratica e platonica.

Per fede s’intende la capacità di aprirsi a qualcosa di più di oltre. Si tratta di una capacità che non è data né dai sensi né dall’intelletto. La fede (in Deum) non ha oggetto. E’ il pensiero che ha un oggetto. Se la fede avesse un oggetto sarebbe un’ideologia, un frutto del pensiero; mentre la divinità affiora oltre il pensiero.

La credenza è invece la formulazione, l’articolazione dottrinale, compiuta ordinariamente da una comunità, che si è progressivamente cristallizzata in proposizioni, frasi, affermazioni e, in termini cristiani, dogmi. Credenza è l’espressione simbolica, più o meno coerente, della fede che spesso viene formulata in termini concettuali.

Diverse religioni affiancano la fede alla conoscenza: il caso più chiaro è forse quello dell’Induismo, che però non è una religione monoteistica e, quindi, non fa riferimento a un’unica combinazione di forma, nome della divinità. Dal punto di vista esclusivamente logico-dottrinale è impossibile che tutte queste religioni, con il loro bagaglio di credenze mutuamente incompatibili, siano vere.

L’Induismo cerca di superare tale problema suggerendo che le varie religioni non sono altro che modi diversi (Dharma) d’esprimere il contatto con la verità ultima, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Si tratterebbe, in qualche modo, della possibilità che esistano percorsi diversi per raggiungere la stessa meta, vale a dire l’unione con la divinità. Questo metodo di approccio dell’Induismo alla diversità interna che lo caratterizza – concezione che permette all’ambiente induista il mantenimento dell’armonia tra le varie correnti – è stato sostenuto nel corso del tempo da molti religiosi che hanno intrapreso un cammino mistico sperimentando religioni diverse. Anche questi religiosi hanno affermato la sostanziale validità di tutte le religioni, in quanto non vi è alcuna differenza nell’esperienza ultima, poiché tutti i cammini religiosi conducono, attraverso percorsi diversi, al medesimo obiettivo finale: l’Amore.

Flotta templare

Nel giugno del 1308 un templare di nome Jean de Châlons testimoniò, sotto tortura, all’inchiesta papale sui Templari di Poitiers che i capi dell’Ordine fuggirono e, lui stesso, incontrò il fratello Gerard de Villiers che guidava cinquanta cavalli. Asserì che stava partendo per mare con diciotto galee e che il fratello Hugues de Châlons fuggì con l’intero tesoro del fratello Hugues de Pairaud.

Il mito della flotta templare emerge da tante speculazioni e, sembra, che abbia attirato fatti retroattivi per adattarlo.

Nonostante la narrativa ufficiale, l’Ordine del Tempio di Salomone non fu mai dissolto né estinto in nessun momento dopo il 1307 d.C.

La maggior parte delle risorse lavorative centrali, attrezzature, scritti e documenti dei Cavalieri Templari e la maggior parte dei suoi cavalieri, dame e sostenitori, fuggirono con successo dalla Francia, poco prima dell’infame raid dell’Inquisizione francese da parte del re Filippo IV.

I Templari erano stati avvertiti in anticipo dell’imminente incursione e avevano organizzato una flotta di diciotto navi galee, per lasciare Port La Rochelle, lasciando dietro di loro un paio di navi per evitare di sollevare sospetti sulla loro fuga. Questa testimonianza durante i processi specificò che Gerard de Villiers, il precettore di Parigi, era scappato con 50 cavalli e 18 navi. La documentazione storica lascia, senza dubbio, che il Gran Maestro Templare era consapevole che gli arresti erano imminenti (venerdì 13 ottobre 1307) ed è documentato che gli ordini di arresto erano datati 14 settembre, quindi i Templari avevano avuto un preavviso di quattro settimane. Con una scorta esaurita di beni utilizzabili, monete, oro, gioielli e altri beni commerciabili, i Templari fuggirono dall’area di persecuzione immediata prima che il martello potesse cadere.

La Regola dell’Ordine Templare comandava ai fratelli di difendersi a vicenda, con il dovere di proteggere l’ordine al costo della propria vita, se necessario. Per questo motivo, il Gran Maestro Jacques de Molay e un gruppo di cavalieri dedicati sono rimasti indietro, per evitare di destare sospetti, permettendo così alla maggior parte di scappare in salvo.  Solo 620 templari sono stati arrestati in Francia, dopo le incursioni del 1307 d.C. Gli storici stimano che ci fossero oltre 3.000 templari in Francia, a quel tempo. Oltre 2.000 fratelli templari armati ed equipaggiati, con i loro interi seguiti di scudieri, servi, cavalli, treni di bagagli e seguaci del campo fuggirono anche a bordo delle diciotto navi che lasciarono il porto di La Rochelle.

Gli studiosi concordano generalmente sul fatto che i Templari riuscirono a disperdere la maggior parte della loro ricchezza prima che gli scagnozzi del re arrivassero a confiscarlo. Le guardie reali avevano, così, trovato monasteri in gran parte abbandonati e successivamente avevano scoperto che le navi erano salpate. Altre piccole flotte templari nel sud e nel nord della Francia, le Fiandre e il Portogallo lasciarono anche il porto e navigarono nella leggenda. Dalle roccaforti dei Templari erano spariti anche i documenti e i registri dell’ex impero dell’Ordine.

La convinzione generale è che la flotta templare di La Rochelle andò in Scozia, ma la flotta che viaggiò in Gran Bretagna non fu una massiccia Armada. Quelli che credono che i rimanenti Templari siano fuggiti in Scozia ipotizzano che solo poche navi siano arrivate nell’area mentre le navi utilizzate non erano progettate per il trasporto a lunga distanza e il Templare è zoppicato via con pochissima ricchezza a bordo.

All’epoca La Rochelle era utilizzata dai Templari per l’importazione e l’esportazione di vino. Quindi, forse, tutti i templari si sarebbero trasferiti in alcuni barili decenti di vino da tavola. Altri teorici sostengono che quelle botti di vino avrebbero potuto contenere una varietà di oggetti preziosi. L’abbondanza di tradizioni templari e del Santo Graal in Scozia, indica un grande tesoro che si sposta dall’Europa continentale alla sicurezza nel nord delle Isole britanniche

Un’altra teoria interessante è che la flotta di La Rochelle si è diretta a Cipro e ha nascosto le reliquie rimanenti in un porto sicuro fino a quando non fossero state messe in sicurezza nuove navi. Queste nuove navi quindi salparono per la Terra Santa e furono sepolte lontano dall’avidità delle potenze europee. Certo, è molto difficile dimostrare che si sono verificati tali atti, ma sappiamo che Cipro era una volta di proprietà del Cavaliere Templare e che forse avevano amici potenti sull’isola che potevano aiutare a mantenere la flotta ei loro tesori al sicuro.

Un dato più probabile per la flotta templare di La Rochelle è che è stato affondato nella Manica prima che potesse dirigersi verso la Scozia o Cipro. Il Canale della Manica è una distesa d’acqua molto insidiosa, con forti correnti e condizioni atmosferiche irregolari. Se la flotta salpava con il maltempo ed era impreparata a causa del caos del tempo. Un certo numero di eventi avrebbe potuto affondare le navi inaffidabili che i templari avevano a La Rochelle. Le navi potrebbero essere state attaccate dai pirati nel Mediterraneo o nel Canale della Manica. In entrambe queste acque, era comune per le navi cadere preda dei pirati. Era un fertile terreno di caccia e rimase così fino all’ascesa delle grandi potenze coloniali nel sedicesimo secolo.

L’Ordine, senza più guerre sante da condurre, assunse una nuova forma ripiegando sulla finanza e il commercio. Alle diciotto navi che erano fuggite dal porto di La Rochelle, si unirono altri bastimenti templari, sia navi mercantili e sia galeoni armati. I Templari iniziarono così a solcare i mari del Mediterraneo e Atlantico, e iniziarono a guadagnare interessi e ricavi per l’ordine, per recuperare le perdite e diedero vita anche all’attività di pirateria.

Il pirata templare più famoso fu Roger de Flor (1266-1306). Il sergente templare Roger de Flor, conosciuto anche con il suo nome originale in tedesco di Rutger von Blume, era un capitano della flotta Templare. Dopo essere stato bandito dall’Ordine con l’accusa di estorcere denaro ai passeggeri durante l’assedio di Acri nel 1291, Roger fuggì a Genova, dove prese in prestito una considerevole somma dal Ticino Doria, acquistò una nuova nave e iniziò una carriera nella pirateria.

È interessante notare che le tombe templari erano spesso contrassegnate con lo stesso teschio e le stesse tibie incrociate del Jolly Roger, che svolazzavano sugli alberi delle navi per indicare pirati a bordo!

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Riflessioni martiniste

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Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. La costituzione antropica è tale, che l’espressione interna dell’anima cerca, allo stesso tempo, una manifestazione corporea.
Il rituale di apertura dei lavori esoterici, si avvale di simboli, segni e vibrazioni mediante i quali l’anima umana è sollecitata ad azioni spirituali che la uniscono a Dio.
Abbiamo quindi bisogno di segni visibili e sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. Essendo creature corporee, comunichiamo con segni esterni che diventano atti interni spirituali. In questa prospettiva, si mette in luce anche l’importanza dei gesti e atteggiamenti nel rito che portano al riconoscimento di Dio e della Sua sacra presenza per sollecitare i partecipanti ai lavori a una risposta di riverenza e devozione.
Platone definisce l’anima come forma sostanziale del corpo ed elabora la teoria “Ilemorfica”, per la quale ogni ente è composto di una forma – che è la sua attualità e si esprime nella definizione – e di una materia l’elemento potenziale suscettibile di ricevere una forma.
Con la dottrina dell’ilemorfismo universale, secondo la quale ogni aspetto della realtà è forma e materia: il corpo non è solo materia ma anche forma (forma della corporeità) e l’anima, come le intelligenze celesti, ha una materia in sé, esseri reali rivestiti come noi della forma sensibile.
San Tommaso respinge la teoria dei neoplatonici agostiniani che attribuivano all’anima umana e angelica una specie di materia spirituale e ribadisce la purezza della forma sostanziale aristotelica, anche se, egli aggiunge, la materia ha una sua caratteristica particolare, come materia signata di accogliere in sé la forma o l’anima, che è poi pienamente realizzata come attuale solo in Dio, mentre nell’uomo conserva ancora un elemento di potenzialità e limitatezza.
In altre parole è depositario delle virtù prime che l’uomo ha perduto.
L’uomo era un tempo un essere spirituale. E’ sceso sulla terra allorché privato delle sue ali spirituali e fu avvolto in un corpo sensibile. Immerso nella sua fisicità l’uomo non è in grado di ricongiungersi al Principio, ma è destinato a liberarsi di questo corpo fisico, per risalire di nuovo nei mondi dell’anima e dello spirito. Se noi indagassimo sull’interiorità umana, anziché aspettare la morte fisica, verremo a conoscere lo spirito e l’anima dell’uomo così com’era allora, quando nacque dal grembo del mondo spirituale.
Ecco, la mente dell’uomo si riscopre come strumento per sceverare tutti i misteri della creazione
e cerca incessantemente intorno a sé.
L’uomo, per Louise Cloude de S. Martin, è la somma di tutti i problemi. È lui stesso un problema, l’enigma degli enigmi. Non si può comprendere l’uomo per mezzo della natura, ma la natura per mezzo dell’uomo. Louis Claude de Saint Martin invita l’uomo a considerare se stesso e ad analizzare la realtà che avrà scoperto in tal modo. Così l’uomo scoprirà il suo vero rango e percepirà l’armonia del mondo secondo il famoso adagio di Delfo. «Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei!». L’uomo, malgrado la sua degradazione porta sempre con sé evidenti i segni della sua origine divina. Incatenato sulla terra come Prometeo, esiliato dal suo regno, quale fine si potrà proporre se non quella della reintegrazione.
Questa è la reintegrazione: una ricostruzione dell’uomo nella sua forma originale, unitaria, così com’era prima della caduta.

Dall’accensione del candelabro a tre luci diverse, il Trilume, noi arriviamo alla comprensione, e a ricordarci, del grande principio unico che è l’Assoluto. Le tre luci non danno che un’unica luce.
Tutto riconduce alla lettera ebraica Aleph, simbolo dell’uomo e di Dio.
Aleph segna la soglia tra il manifesto e l’inconoscibile, tra il segreto e il risvelato, fra il potenziale e l’attuale.
Rappresenta la figura di un uomo che guarda il cielo e la terra, per significare che il mondo inferiore è specchio e mappa di quello superiore.
Sottolinea l’importanza dello studio della verità esoterica che secondo il pensiero ebraico è il più nobile che l’essere umano possa compiere.
Aleph è il numero 1, l’unità assoluta di Dio, e nell’uomo, il numero “Uno” si riferisce al valore prezioso dell’individualità realizzata e dell’unicità dell’anima umana.
L’Uno è la base e la chiave di ogni altro numero. L’unità di Dio è però un fatto che trascende ogni concetto matematico. È l’unificazione di tutte le varie unità. Ogni parte (anima) contiene il tutto (Dio), ciò nonostante il tutto (Dio) trascende la somma delle parti, e nessuna anima da sola potrà mai esaurire la conoscenza dell’infinita perfezione divina.

Invito ad ascoltare: Qohelet.

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Gianfranco Ravasi mi fece incontrare Qohelet nel 1988. Di ritorno dal mio lungo viaggio, ero in cerca di risposte sul senso della vita e su Dio. Quel Dio che mi rispedì nuovamente sulla terra per completare la mia reintegrazione.

Qohelet si presentò come l’ultimo Re del regno unificato di Giuda e Israele, Salomone. Ma avevo contezza che a Gerusalemme, in quel periodo, si era soliti attribuire opere letterarie a personaggi storici considerati sapienti. E chi meglio di Salomone, archetipo dei sapienti d’Israele, poteva rappresentare la saggezza che gli fu data direttamente da Dio? Dio disse a Salomone: poiché tu non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma l’intelligenza e la saggezza per agire con giustizia, io agirò attraverso le tue parole e ti darò un cuore saggio e intelligente per poter discernere ciò ch’è giusto.

E così accolsi Salomone e ascoltai le parole di quest’opera più originale e scandalosa dell’Antico Testamento, come la definì Ravasi.

Il Qoelet o Ecclesiaste è scritto in ebraico con alcune risonanze in aramaico e fa parte dei dodici libri sapienziali dell’Antico Testamento, detti Scritti o Agiografi. Il titolo completo dell’opera è Parole di Qoèlet.

Io, Qoèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme. L’autore si presenta identificandosi con Salomone, ma non c’è accordo tra gli studiosi liberali e quelli conservatori, i primi negano la paternità al re d’Israele, mentre i secondi glielo attribuiscono. L’autore potrebbe essere anche uno scriba, votato all’insegnamento e allo studio. Qohelet comunque è un pseudonimo.

Il termine ebraico Qoèlet fa riferimento a un’assemblea (qahal), ma non si sa bene a quale tipo di assemblea si riferisca (liturgica, d’insegnamento, di popolo), né come vada interpretato (colui/colei che riunisce l’assemblea, o che parla all’assemblea, o che presiede l’assemblea). Essendo la radice ebraica declinata al femminile, qualcuno ha visto in questo poeta anonimo la figura di una donna.

Anche per quanto riguarda la datazione si possono fare solo delle ipotesi. Il libro è stato scritto intorno al 250-200 a.C. durante la dominazione dei Tolomei (successori di Alessandro Magno) che per tutto il terzo secolo prima di Cristo hanno cercato di globalizzare il mondo di allora imponendo la cultura greca (ellenismo), una lingua comune (koinè) e il loro modo di vivere.

L’intenzione di Qohelet è quello di aiutare gli israeliti a non lasciarsi prendere dal benessere della cultura ellenistica, (durante la dinastia tolemaica), e di non guardare con  nostalgia al tempo in cui Israele era grande con Salomone, perché l’estasi – il godere giustamente delle cose presenti – sta nel vivere alla presenza di Dio, a cui seguirà la ricompensa eterna nell’aldilà.

Le riflessioni di Qohelet sono le riflessioni di un credente che si allontana da Dio e non quelle di uno che non l’ha mai conosciuto. Per il credente, infatti, una volta conosciuto Dio e aver goduto della sua gloria, una volta allontanatosi, tutto diventa inutile, una vanità. Ed è il tema principale, la vanità di tutte le cose.

Il proposito che mi arriva, ascoltando la voce di Michele Placido che interpreta Qohelet, è quello di far risaltare la gloria del Signore rispetto all’ignoranza e alla limitatezza dell’uomo. L’autore cerca attraverso una profonda ricerca, di capire se c’è un’elevazione morale o progresso, per l’uomo lontano dal suo Creatore ed è costretto ad affermare che nessun bene creato può soddisfare in pieno l’anima.

Qohelet è un’opera che ha ispirato svariati artisti: Johannes Brahms, Robert Schumann, Pete Seeger (cantante folk statunitense) e anche il nostro cantautore Angelo Branduardi, nonché Petrarca e lo scrittore Luther Blissett.

Gli ebrei leggono il Qohelet durante la festa di Sukkot, una festa di pellegrinaggio della durata di otto giorni. Ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto durante il loro viaggio verso la terra promessa, la terra di Israele. Durante il loro pellegrinaggio nel deserto vivevano in capanne (sukot). Sukot è la terza festa di pellegrinaggio durante cui tutti gli ebrei maschi sono obbligati a compiere un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Si configura come un ringraziamento per i frutti del raccolto, poiché rappresenta la fine dei raccolti è considerata come un ringraziamento a Dio per la Natura, per i frutti che ha donato nell’anno trascorso.

L’ultimo capitolo, il dodicesimo, è quello che più mi ispira. I versi descrivono il declino dell’uomo nel tempo che si sta esaurendo.

Ricordati del tuo creatore
nei giorni della tua giovinezza,
prima che vengano i giorni tristi
e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»;

prima che si oscurino il sole,
la luce, la luna e le stelle
e tornino ancora le nubi dopo la pioggia;

quando tremeranno i custodi della casa
e si curveranno i gagliardi
e cesseranno di lavorare le donne che macinano,
perché rimaste poche,
e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

e si chiuderanno i battenti sulla strada;
quando si abbasserà il rumore della mola
e si attenuerà il cinguettio degli uccelli
e si affievoliranno tutti i toni del canto;

quando si avrà paura delle alture
e terrore si proverà nel cammino;
quando fiorirà il mandorlo
e la locusta si trascinerà a stento
e il cappero non avrà più effetto,
poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna
e i piagnoni si aggirano per la strada;

prima che si spezzi il filo d’argento
e la lucerna d’oro s’infranga
e si rompa l’anfora alla fonte
e la carrucola cada nel pozzo,

e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato.


Per Qohelet la vecchiaia è come un lungo inverno al quale non segue più la primavera, ma la fine di tutto e la discesa nella tomba.

Una grande tristezza emana questo capitolo che descrive la fine del vecchio signore e della sua casa, con il filo d’argento della vita che si spezza per sempre.

Quando l’uomo muore il suo corpo ritorna alla terra dalla quale è venuto e il suo spirito ritorna a Dio che glielo aveva dato in prestito. Di più Qohelet non sa dire e non si aspetta. Così la grande forza poetica di queste immagini suggella la terribile affermazione che fa da filo conduttore a tutto il libro: Vanità delle vanità, dice Qohelet, tutto è vanità!

Ma Qohelet presenta in maniera occulta il significato della morte e della rinascita che ritroviamo ance all’interno di un percorso iniziatico.

Qui è racchiuso il segreto dell’eternità, il ciclo continuo della vita: si nasce, si muore e si rinasce.

Se non viviamo nella luce, con gli occhi e la mente di un bambino, non supereremo i momenti bui e scuri della vita e periremo.

La morte è una livella e in questa lotta tra vita e morte, per far vincere la vita dobbiamo credere nel cresatore, nella rinascita.

® Riproduzione consentita con citazione della fonte.

Giuseppe Mazzini – Doveri dell’uomo (1860)

Mdownloadigliorare voi stessi ed altrui: è questo il primo intento ed è la suprema speranza d’ogni riforma, d’ogni mutamento sociale. Non si cangiano le sorti dell’uomo, rintonacando, abbellendo la casa dov’egli abita: dove non respira un’anima d’uomo ma un corpo di schiavo, tutte le riforme sono inutili; la casa rabbellita, addobbata con lusso, è sepolcro imbiancato, e non altro. Voi non indurrete mai la Società alla quale appartenete a sostituire il sistema d’associazione a quello del salario, se non provandole che l’associazione sarà tra voi stromento di produzione migliorata e di prosperità collettiva. E non proverete questo, se non mostrandovi capaci di fondare e mantenere l’associazione coll’onestà, coll’amore reciproco, col sacrificio, coll’affetto al lavoro.

Per progredire, vi conviene mostrarvi capaci di progredire.

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